Idee e strumenti
per innovare con lode
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Matteo Plevano
Psicologo del Lavoro, si specializza con un Master in Human Resources Management. Da sempre attento alla valorizzazione e allo sviluppo delle potenzialità presenti in ogni Persona, ha maturato esperienza in selezione, formazione...
green economy

Nella Green Economy ci sono tre milioni di posti di lavoro. È la rivoluzione industriale che va oltre la crisi

Matteo Plevano
Psicologo del Lavoro

La green economy rappresenta una delle principali leve occupazionali in Italia. Come indicato dal rapporto Greenitaly di Unioncamere e Fondazione Symbola il numero complessivo dei green job nel nostro Paese è stimato in più di tre milioni. Per green economy non si intende un settore preciso, connesso all’ambiente, ma un fenomeno trasversale a diversi settori che si riconvertono a un approccio produttivo sostenibile. Per questo quando si parla di economia verde si fa riferimento a una moltitudine di settori: delle energie rinnovabili all’efficienza energetica, dalla chimica green all’edilizia sostenibile, dall’agricoltura biologica al turismo responsabile, dall’industria pesante che riconverte i propri processi produttivi ai fondi di investimento bancari che investono in società green. Anche per questo c’è chi sostiene che in un futuro non troppo prossimo non avrà più senso parlare di “green job” in contrapposizione ai tradizionali posti di lavoro in quanto tutti i lavori saranno green.

Chi innova nella direzione dell’ecosostenibilità a livello di prodotti, servizi e processi produttivi è più competitivo in un mercato in chiara riconversione verde

In questa prospettiva, sempre secondo Greenitaly, il numero delle imprese italiane che dal 2008 ad oggi ha investito in tecnologie green è pari al 22%, generando il 38% delle assunzioni programmate nell’industria e nei servizi nel 2013. Inoltre il 61,2% di tutte le assunzioni destinata a ricerca e sviluppo sono in ambito green. Da questi dati si può notare che chi innova nella direzione dell’ecosostenibilità, a livello quindi di prodotti, servizi e processi produttivi, è più competitivo in un mercato in chiara riconversione verde e di conseguenza crea più occupazione rispetto a chi non innova. Il vantaggio è duplice, da un lato ci sono minori costi, ad esempio grazie a interventi di efficienza energetica che nel caso di industrie particolarmente energivore rappresentano una voce consistente del bilancio.

In secondo luogo chi investe sul green segue un mercato sempre più attento all’impatto ambientale e alla qualità dei prodotti, pensiamo ad esempio ai prodotti alimentari biologici o alla cosmesi bio, che continuano a crescere nonostante la crisi economica.
Di fatto è come se ci trovassimo nel mezzo di una rivoluzione industriale, in cui un tempo si sostituivano i vecchi telai manuali con macchinari automatici o i carri con le automobili; oggi si sostituiscono prodotti chimici inquinanti con prodotti biodegradabili, macchinari obsoleti con macchinari energeticamente efficienti. Più che una nicchia da curiosità giornalistica, la green economy è la vera grande rivoluzione industriale che attraversa questi anni e soprattutto rappresenta un’importante visione di futuro, in cui la sostenibilità ambientale, il business e il benessere sociale non sono più contrapposti l’uno con l’altro ma si alimentano a vicenda in un circolo virtuoso che ci può portare verso un futuro positivo.

L’asse si è spostato dal quanta ricchezza generare al come generarla e a come questa azione incida sul modo di lavorare e di vivere

Un’ulteriore conferma di questa tendenza è data dalla nascita negli ultimi anni di strutture di Corporate Social Responsibility all’interno di quasi tutte le principali multinazionali, a livello internazionale. In questo senso la responsabilità sociale verso gli stakeholder diviene un fattore determinante della competitività stessa dell’azienda sul lungo periodo. Purtroppo in alcuni casi si tratta solo di iniziative di facciata, in cui non vi è una chiara presa di posizione ma solo un’imitazione dei concorrenti più virtuosi. La stessa cosa avviene con il cosiddetto “greenwashing”, cioè dare una facciata verde a livello di marketing e comunicazione a imprese che non lo sono affatto. Purtroppo queste realtà danneggiano chi opera in modo autentico. Osservando però questo fenomeno da una prospettiva positiva, si può notare che rappresenta comunque una tendenza, in cui chi finge ammette implicitamente di essere fuori mercato se non mette in atto azioni di responsabilità sociale.
Questi sono tutti indicatori di come sia finita l’epoca dell’economia vista in modo positivo per la semplice ragione di generare ricchezza. L’asse si è spostato dal quanta ricchezza generare al come generarla e a come quest’azione incida sul modo di lavorare e di vivere. Per questo, aldilà del definire tale cambiamento con il nome di green economy o con altri nomi, l’importante è il concetto: non si tratta solo di una moda passeggera, ma di un radicale cambiamento a livello sociale, una vera rivoluzione che sta incidendo in modo significativo sul modo di produrre, lavorare, vivere.

27 agosto 2014