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Silvio Gulizia
Giornalista professionista e consulente di comunicazione. Responsabile della comunicazione e degli eventi per Pi Campus, fondo di venture capital e distretto di startup. In precedenza è stato responsabile della comunicazione...
felicità come trovarla

Cos’è la felicità e come trovarla (secondo la scienza)

Silvio Gulizia
Giornalista professionista e consulente di comunicazione

Analizzando i diari delle giovani monache di Notre Dame degli anni Trenta, un gruppo di ricercatori guidato da David Snowdon ha scoperto che le persone felici vivono di più. All’età di 85 anni infatti, oltre il 90 per cento delle monache i cui diari giovanili avevano raccolto emozioni positive erano ancora vive, mentre circa due terzi delle altre monache erano già decedute. Questo non è l’unico vantaggio della felicità e la notizia positiva è che diversi studi hanno certificato la sua esistenza all’interno di ognuno di noi e possiamo sfruttarla per migliorare la nostra vita.

I miti della felicità

Sonya Lyubomirsky, uno dei ricercatori che ha dato il maggior contributo in questo campo, ha definito l’esistenza di due miti correlati alla felicità:

  1. Molti di noi pensano che raggiungere certi obiettivi, come trovare il lavoro dei sogni o incontrare il principe azzurro, ci renderà felici per sempre, ma non esiste alcun evento che può renderci felici per sempre;
  2. Molti di noi credono di non poter essere felici, e così reagiscono in modo sproporzionato a quello che succede nelle loro vite, pensando che non potranno essere mai più felici.

Cos’è la felicità

Lo studio della felicità è parte dell’attività della psicologia positiva, una scienza che guarda a ciò che fa star bene le persone, in contrapposizione alla psicologia tradizionale che individua gli aspetti clinici da curare. Questo porta a definire la felicità non come la negazione dell’infelicità. Cosa che invece fanno i farmaci antidepressivi, secondo la Lyubomirsky, concentrandosi sulla riduzione dell’effetto delle emozioni negative, come per altro il nome stesso suggerisce.

Paul Dolan, autore di Happiness by Design, definisce la felicità come la somma del piacere e dello scopo. Il piacere è il sentirsi bene, il percepire sensazioni positive, definito in opposizione alla sofferenza. Lo scopo è invece il sentimento che le nostre azioni abbiano significato, ossia che valga la pena compierle.

Le ricerche della Lyubomirsky hanno dimostrato che questo tipo di felicità può essere forzata dentro se stessi per il semplice fatto che è essa è già presente in noi. Un esperimento condotto su alcuni gemelli ha consentito infatti di scoprire che il 50 per cento della nostra felicità (o infelicità) è di tipo genetico, mentre un altro 40 per cento della nostra felicità è determinato dalla nostra mente e dai nostri pensieri. Il restante 10 per cento è in balia degli eventi esterni.

Che cosa determina la felicità

Tutti noi sperimentiamo emozioni negative e positive. Le prime, come la paura e la rabbia, restringono l’attività di cuore e mente e limitano il numero di reazioni che il nostro cervello prende in considerazione per compiere le proprie scelte.

Diversamente, le emozioni positive aumentano la dopamina e la serotonina a disposizione del nostro cervello, rendendolo più creativo, più aperto a nuove esperienze e in grado di vedere le cose in maniera distaccata, con il conseguente aumento della capacità di risolvere i problemi.

Alla lunga, le emozioni positive ci aiutano a circondarci di amici ed essere benvoluti, sviluppare nuove competenze e apprendere nuove nozioni, tutte cose che nel tempo migliorano la nostra vita.​

Pretendere di essere felici

In The If Principle, Richard Wiseman ha spiegato un particolare funzionamento del nostro cervello, per cui non sorridiamo perché siamo felici, ma siamo felici perché sorridiamo. Vale a dire, non è l’umore a determinare quello che facciamo, ma è quello che facciamo a determinare il nostro stato d’animo. Per essere più felici, di conseguenza, la prima cosa da fare è voler essere più felici e comportarci come se già lo fossimo. Quindi, cominciando a sorridere prima di averne un motivo. Provate per esempio a tenere gli angoli della bocca sollevati fino alla fine della lettura di questo articolo.

Voler essere felici significa prestare attenzione a ciò che genera emozioni positive, e cercare di trovare aspetti positivi in ogni cosa, comprese quelle che all’apparenza paiono negative, e cercando di rivivere spesso le emozioni positive. Per quale motivo altrimenti avremmo il rullino fotografico dello smartphone pieno di foto di figli, nipoti e dei momenti più belli della nostra vita?

Essere grati per quello che abbiamo

Un modo pratico per riconoscere quali sono gli eventi di ogni giornata che portano positività nella nostra vita è stilare un elenco di queste cose. Per esempio: la cena con la famiglia, lavorare su progetti che renderanno il mondo un posto migliore, giocare a pallone con gli amici, insegnare ai propri figli ad andare in bicicletta.

Riconoscere questi momenti non è sufficiente per essere felici. Occorre essere consapevolmente grati di quello che abbiamo per consentire alla felicità di manifestarsi appieno. Uno dei più apprezzati studiosi del settore, Robert Emmons, definisce la gratitudine come un sentimento di meraviglia, ringraziamento e apprezzamento della vita.

Le ricerche di Emmons hanno individuato una serie di benefici della gratitudine, dal rinforzamento del sistema immunitario e della qualità del sonno fino a migliori relazioni con gli altri e maggior felicità. La gratitudine ci rende più felici perché ci aiuta a beneficiare di cose che normalmente diamo per scontate. Al contempo, essa diminuisce le emozioni negative come l’invidia.​

State ancora sorridendo? Il problema è che essere felici non è facile, è necessario un costante allenamento del nostro cervello per imparare a esserlo.

Assaporare la vita

Per aumentare la nostra felicità è necessario “assaporare” la nostra vita come un sommelier fa con il vino, suggerisce la psicologia positiva. Quello che è richiesto è prestare attenzione a ogni esperienza e godersela fino in fondo, focalizzandosi sugli aspetti positivi senza pensare al prima e al dopo e senza attendersi di essere felici alla fine delle azioni che stiamo compiendo.

Praticare l’autocompassione

Avere compassione per gli altri significa riconoscere che stanno soffrendo, offrirsi di ascoltarli, esaminare i loro guai e cercare una soluzione per loro e con loro, ricordandogli che non sono soli e che ci sono tante persone al mondo con i loro stessi problemi.

Questo lo facciamo per aiutarli a tornare a essere felici. Lo stesso dovremmo fare con noi stessi, smettendo di giudicarci negativamente e cominciando a essere più gentili con noi stessi, ricordandoci però che la sofferenza è parte della vita.​

Il trucco per evitare la sofferenza

Tal Ben-Shahar, ex professore di Harvard, è noto per aver detto che esistono solo due tipi di persone che non hanno mai emozioni negative:

  1. gli psicopatici, che per definizione non sperimentano emozioni come imbarazzo o vergogna;
  2. i morti, che per definizione non sperimentano emozioni di alcun tipo.

​Da questo punto di vista, quando abbiamo emozioni negative e vogliamo tirarci su il morale possiamo pensare che questo significa che non siamo né psicopatici né morti. Il che penso sia sufficiente per farvi tornare a sorridere.

21 luglio 2017