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Luca D'Elia

Nato nel 1978, laurea in Filosofia presso l’Università Statale di Milano, dal 2004 si occupa di formazione manageriale e comportamentale. Consulente, formatore, coach, ha finora lavorato per importanti aziende nazionali e...

problema complesso o complicato

Smettiamo di usare “complesso” e “complicato” come fossero sinonimi (non lo sono)

Luca D'Elia
Consulente, formatore e coach

Complesso e complicato: nel linguaggio manageriale spesso questi due concetti si utilizzano in maniera intercambiabile. Si parla di una “situazione complessa” o di un “problema complicato”, utilizzando i due concetti come sinonimi. Ma non lo sono.

Complicazione deriva dal latino complicare, e sta a indicare qualcosa di piegato, avvolto su se stesso. Un problema è complicato quando si presenta come il risultato di un insieme di parti difficili da codificare. Sciogliere la complicazione può essere faticoso, ma esiste comunque una soluzione. Ciò che è complicato può essere ridotto a qualcosa di più semplice.

Complessità deriva dal latino complexus, ossia qualcosa di intrecciato, composto da una molteplicità di parti interdipendenti fra loro. Una situazione può essere considerata complessa perché ha origine dall’intreccio di elementi che interagiscono fra loro, creando disordine e provocando incertezza. In una situazione complessa è difficile individuare e gestire tutte le variabili in gioco, così come è sostanzialmente impossibile prevederne gli sviluppi. Un problema che definiamo complesso non presenta una soluzione univoca, ma necessita di essere considerato globalmente, analizzando tutti gli elementi che lo compongono e le loro interazioni.

Utilizzando le parole del designer Donald A. Norman, complessità è uno stato del mondo, complicato uno stato mentale. Nella complessità, è possibile scorgere una struttura sottostante di ordine. Recentemente, un manager con cui stavo realizzando un percorso di coaching mi porta nel suo ufficio e mi mostra orgoglioso la sua scrivania: un caos di fogli, documenti, libri e faldoni. Sorridente esordisce: “Vedi, in mezzo a tutto questo disordine, io mi ritrovo. Non perdo un colpo!”. Avendo avuto l’opportunità di conoscerlo professionalmente, credo proprio avesse ragione. La sua scrivania rifletteva la complessità del suo lavoro. Un ordine sottostante reggeva quel caos apparente.

Se la complessità è una sfida quotidiana per gli individui e le organizzazioni, complicato rappresenta molto spesso la risposta sbagliata a una richiesta di semplicità. Complicare ciò che è semplice è un atteggiamento tipico di contesti dominati dalla burocrazia. Complicato è tutto ciò che richiede uno sforzo inutile, laddove percepiamo la necessità di uno spreco di tempo ed energie per gestire ciò che potrebbe essere ridotto a qualcosa di ben più semplice. La gran parte della tecnologia che accompagna la nostra vita, nella semplicità con cui si offre al nostro utilizzo, sottende un significativo livello di complessità. Lo sforzo di chi progetta tecnologia deve essere quindi orientato a ridurre la complessità a qualcosa di semplice, da capire e utilizzare, evitando inutili e ridondanti complicazioni.

Se la complicazione è una caratteristica tipica di un’azienda burocratica, la complessità rappresenta l’humus di un’impresa innovativa. Per sua natura, l’innovazione ha un rapporto molto stretto con il cambiamento. Lo sviluppo dell’innovazione non sempre è lineare, non segue metodologie tradizionali e consolidate, il risultato non è certo e prevedibile. Un’azienda che fa dell’innovazione la propria ragion d’essere sfida la complessità con la semplificazione, sforzandosi di eliminare le complicazioni superflue con poche norme e procedure, non cristallizzate ma sempre rivedibili e modificabili, a seconda dei cambiamenti che l’ambiente esterno stimola e suggerisce. La sedimentazione di norme e procedure complicate, invece, sorregge un contesto guidato dalla burocrazia, provocando rallentamenti e frustrazioni, perdita di opportunità e calo di entusiasmo.

La complessità è parte del mondo e delle nostre vite, ma non deve necessariamente assumere i caratteri di una confusione complicata. Per quanto possa provocare incertezze, dubbi e perplessità, la complessità va accettata e gestita. Come sostiene Donald A. Norman, “un certo grado di complessità è desiderabile. Quando le cose sono troppo semplici, le consideriamo anche noiose e prive di interesse. Gli psicologi hanno dimostrato che le persone preferiscono un livello medio di complessità: troppo semplice e siamo annoiati, troppo complesso e siamo confusi”.

La sfida per i manager, gli imprenditori, gli innovatori, è duplice: da un lato esplorare l’essenza della complessità, cogliendone la profondità, gestendola in maniera tale da farne emergere l’aspetto più semplice; dall’altro lato combattere ogni inutile, superflua e fastidiosa complicazione.

26 luglio 2017