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Lorenzo Paoli
Lorenzo Paoli è leader in Italia nello sviluppo di abitudini efficaci a livello mentale, emozionale e comportamentale. Lavora per multinazionali come Vodafone, Footlocker, Dell, Tupperware, Molteni Farmaceutici, Elica e molte...

Nel lavoro come nella musica, c’è una grande differenza tra scrivere pezzi propri e suonare cover

Lorenzo Paoli
Esperto dello sviluppo di abitudini efficaci a livello mentale, emozionale e comportamentale

 

La musica è un ottimo modo per spiegare perché alcuni hanno risultati molto superiori rispetto alla media nella loro vita. Soprattutto, la storia delle band. Ieri sono uscito per un aperitivo e c’era la solita band che suonava tutti pezzi di David Bowie: alla fine della via, un altro gruppo suonava cover di diversi artisti. Ascoltandoli mi hanno fatto venire in mente le parole di Ligabue che racconta come, da operaio, sia diventato uno dei più grandi cantanti in Italia. “Non facevamo cover: suonavamo solo pezzi nostri, anche quando non ci conosceva nessuno. All’inizio è stata dura: se suoni cover, le persone riconoscono la canzone, cantano e ballano insieme a te. Se canti una tua canzone, nessuno la conosce.”

Questa è la differenza fondamentale quando hai un obiettivo veramente importante, uno per il quale dedicheresti la tua vita perché sarebbe per te essere autentico essere te stesso. Perché vedi, tra cantare una cover di una canzone già prodotta e cantare una tua canzone c’è un abisso – e c’è la differenza tra chi non ce la farà, tra chi combatterà la guerra dei prezzi tra mille altri professionisti, tra chi continuerà a fare azioni che lo renderanno anonimo e frustrato senza comprendere perché non sta raggiungendo quello che altri hanno ottenuto.

Quando canti una cover, il rischio è zero: i Pink Floyd li amano quasi tutti, hanno scritto dei capolavori e tu non devi far altro che ripetere le loro note. Però verrai dimenticato in un momento e anzi: l’applauso che arriva alla fine della canzone non è per te. È per i Pink Floyd. Sarai come mille altre band che cantano la stessa canzone in mille altri posti diversi, dimenticate dopo un giorno.

Cantare una tua canzone è un affare ben diverso. Non solo perché devi crearla, con giorni, settimane di lavoro. Ma perché dopo devi produrre un CD, fargli pubblicità e soprattutto salire su quel maledetto palco davanti a trenta persona che non ti conoscono e che si aspettano la canzone dei Pink Floyd e cominciare a cantare la tua canzone. Che non conosce nessuno e che magari all’inizio non piace a nessuno. Per fare questo di vuole coraggio, passione, determinazione. Sono moltissimi ad avere l’atteggiamento di gruppo musicale da “cover”: il solito negozio che apre come mille altri e che chiude dopo poco tempo o vive alla giornata. Il professionista come mille altri professionisti che accetta di tutto, con tariffe basse e lavori poco soddisfacenti, perché applica metodologie di altri, perché non sviluppa idee innovative, perché non costruisce un proprio modello di business ma imita quello del professionista accanto. È il lavoratore con il solito CV come milioni di altri che non capisce come mai non lo chiamino, perché lui è bravo. A cantare i Pink Floyd. Questa è una scelta di atteggiamento: fare le tue canzoni, nella vita, significa immergersi completamente nel tuo obiettivo e farlo tuo, creare una metodologia all’avanguardia dopo mille sperimentazioni. È Grom, è Tesla, è il ristorante a cui tutti vanno anche se è lontano perché è unico nella tua zona.

Sperimentare, fallire, ricominciare con quello che abbiamo appreso con il nostro errore: presentarci a una folla che non ci conosce, che si aspetta la solita cover (e che quindi non è disposta a pagare il prezzo che vogliamo noi) e che invece viene stupita e a volte confusa da un professionista, un lavoratore, un imprenditore, un’azienda unica, innovativa, con grande personalità. Persone che hanno il coraggio di salire su quel palco dopo migliaia di ore di lavoro nel creare qualcosa di nuovo e poi tornano sui banchi da lavoro anche se la serata non è andata molto bene, per creare qualcosa di meglio.

Quando vedi prodotti, servizi che vendono tantissimo nonostante il prezzo, la distanza, la difficoltà nel reperirli, capisci che sei di fronte a persone e organizzazioni che hanno avuto quel coraggio.

Oggi suonare le cover rimane molto facile, ma è anche la cosa più pericolosa da fare. Perché le band che suonano cover oggi sono milioni, nessuno paga per andarle a sentire, sono più dei “sottofondi” alla serata, come mettere su un CD dei nostri cantanti preferiti. Non so tu, ma io non ho mai voluto essere un “sottofondo” e non ho mai voluto fare la guerra dei prezzi. Costo molto di più della media ma perché ho imparato a non suonare i Pink Floyd.

Oggi cantare le cover è un grande rischio con pochissimi vantaggi: se non quello di non rischiare nulla, che in un mondo che si nutre di innovazione, significa rischiare tutto.

1 settembre 2017