Idee e strumenti
per evolvere
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Massimo Temporelli
Laureatosi in Fisica all'Università di Milano, Massimo Temporelli ottiene nel 2000 una borsa di studio presso l'azienda ST Microelectronics, leader mondiale nel settore dei microchip, con la quale sviluppa i percorsi scientifici...
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La nostra cultura non va solo celebrata, ma utilizzata nel presente per costruire un futuro migliore

Massimo Temporelli
Fisico, storico della tecnologia e fondatore The FabLab di Milano

“Le cose, su Tlön, si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la gente le dimentica. È classico l’esempio di un’antica soglia, che perdurò finché un mendicante venne a visitarla, e che alla morte di colui fu perduta di vista. Talvolta pochi uccelli, un cavallo, salvarono le rovine di un anfiteatro.”

Ho aperto con l’immenso Jorge Luis Borges e ho scelto con attenzione questo suo brano per esprimere un concetto, quello della salvaguardia del patrimonio culturale, a cui sono visceralmente legato, avendo lavorato per più di 10 anni in un museo, esponendo la storia della scienza e della tecnologia al pubblico. Ho aperto con Borges e ho parlato di musei ma ora mi fermo, mi fermo perché di nostalgia un Paese può anche morire, mi fermo perché ogni giorno di più mi rendo conto che il nostro Paese deve guardare alla sua storia e alla sua cultura in modo diverso.

Voglio subito andare al cuore della questione, usando una frase che per molti sarà come ricevere un pugno nello stomaco: il nostro Paese deve monetizzare il sapere. L’Italia deve monetizzare la sua cultura.

Conosco il rischio che corro scrivendo queste cose, ma conosco anche il pericolo che corre il nostro Paese se, nei prossimi decenni, non connetterà il mondo della cultura con il mondo dell’imprenditoria.

Attenzione però, questo non è un monito diretto ai ministri o ai direttori di musei, ma un consiglio per tutti voi, per tutti noi. Infatti, qui non voglio parlare di come l’Italia potrebbe trasformare il suo patrimonio culturale (opere d’arte, monumenti e musei) in un asset per la propria economia. Qui è dove parlo a voi, imprenditori, manager e professionisti, dove provo a dire che la cultura italiana non è un concetto astratto e ministeriale è innanzitutto passata attraverso le nostre orecchie e i nostri occhi, spesso anche attraverso il nostro gusto, il nostro olfatto e il nostro tatto, ed è dunque racchiusa dentro le nostre menti. Dobbiamo liberarla, non solo il sabato e la domenica, quando giriamo per i musei o le città d’arte, quando magari abbiamo il tempo per la pagina culturale del nostro quotidiano preferito. Dobbiamo liberarla non solo nel tempo libero, non solo mentre giochiamo a trivial o facciamo le parole crociate. Dobbiamo liberarla e trasformarla in strumento di lavoro, in un asset aziendale, anzi nell’asset più importante della nostra azienda, della nostra vita professionale, utile per la nostra progettazione del futuro.

Dobbiamo diventare professionisti colti, imprenditori illuminati e progettare aziende che pensano il nuovo attraverso strumenti culturali potenti, come solo in Italia e in pochi altri Paesi al mondo è possibile trovare. Proviamo a connettere questa energia incredibile con l’acerbo mondo delle startup, con le troppo fredde logiche delle multinazionali e con le nostre PMI e il mondo dell’artigianato, che fu figlio delle botteghe rinascimentali in cui la cultura del tutto si solidificava in progetto.

Non ho nessuna ricetta per creare questa connessione, lo ammetto. So solo che dobbiamo sperimentare: facciamo le riunioni aziendali nei musei, i convegni nelle gallerie d’arte, i CDA nelle logge e nei corti rinascimentali. Cose operative non di rappresentanza. Leggiamo (anzi usiamo) la storia e la filosofia come leva per fare meglio il nostro business e non solo per arricchire il nostro spirito. Assumiamo i filosofi, anche solo come advisor, portiamo gli antropologi e i designer illuminati all’interno dei nostri flussi di lavoro. Proviamo a fare tutto questo e stiamo a “vedere di nascosto l’effetto che fa…”

Spesso viene citato Adriano Olivetti come un esempio di approccio illuminato e colto al fare impresa. Ecco appunto, tra poco più di due anni, saranno passati 50 anni dalla sua morte e questo la dice lunga sull’eredità che ha lasciato la sua incredibile opera nel nostro Paese: una lettera morta, altrimenti non saremmo qui a raccontare ancora delle sue gesta, solo delle sue gesta. Steve Jobs è morto da poco più di 5 anni e gli Stati Uniti stanno già assistendo e facendo il tifo per la nascita di una nuova stella imprenditoriale, Elon Musk. Perché la nostra storia e la nostra cultura non vanno solo celebrate, ma usate e spremute nel presente per costruire un miglior futuro.

20 settembre 2017