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Vera Gheno
Vera Gheno è una sociolinguista. Nasce in Ungheria nel 1975. Si laurea e si addottora in Linguistica presso l'Università di Firenze, specializzandosi sulla comunicazione mediata dal computer. Insegna all'Università di Firenze...
come scegliere sinonimi giusti

Le parole che scegli parlano di te: qualche consiglio per trovare i sinonimi giusti

Vera Gheno
Sociolinguista, insegna all'Università di Firenze. Membro della redazione di consulenza linguistica dell'Accademia della Crusca

Sin da ragazzini, acquisiamo familiarità con il concetto di sinonimia: iniziamo spesso alle elementari, le prime volte che sfogliamo un vocabolario, osservando come ogni lemma venga spiegato, ossia chiosato, ricorrendo a parole con significati affini. In molti dizionari, sia cartacei che elettronici, in fondo al lemma viene anche fornita una serie di sinonimi e contrari, chiamati anche antonimi. Ecco un esempio dal Grande dizionario italiano dell’uso a cura di Tullio De Mauro (1997, Torino, UTET).

Altrettanto velocemente, ho scoperto di persona, e amaramente, che i sinonimi non sono passepartout. Ero al liceo classico, alle prese con le versioni di greco e latino, e sovente succedeva che scegliendo il sinonimo sbagliato mi trovavo con un testo completamente fuori strada, senza riuscire a capire che cosa avessero voluto dire che so, un Cicerone o un Apollodoro.

“Sinonimo”, ricordiamolo, non vuol dire ‘termine dal significato perfettamente analogo a un altro’. Significa, piuttosto, ‘termine che in alcuni contesti ne può sostituire un altro, a seconda di quello che vogliamo dire ed esprimere’.

Tra casa, abitazione, magione e appartamento, la prima scelta sarà stilisticamente neutra/informale, la seconda formale/burocratica, la terza formale/letteraria, la quarta formale/tecnica. Non sono del tutto equivalenti. Se parlo con mia madre, userò casa. Se voglio fare la spiritosa, potrei ricorrere a magione. Se discorro con l’ufficiale dell’anagrafe, magari impiegherò abitazione, se sto discutendo con un’agenzia immobiliare, mi potrebbe essere più utile specificare appartamento.

Insomma, con i sinonimi dico quasi, ma non proprio, la stessa cosa. Del resto, nella stragrande maggioranza dei casi, il fatto stesso che esistano dei sinonimi è dovuto alla necessità di esprimere sfumature diverse. Posso avere termini stilisticamente differenti (telefonino ha un’aggiunta di affettività rispetto a cellulare), ma le differenze possono essere anche di altra natura. Ad esempio, una parola può avere un significato più o meno ampio di un’altra, ossia essere un iperonimo (es. impianto di riscaldamento è iperonimo di caldaia) o un iponimo (es. gatto è iponimo di felino).

Le parole che scegliamo non sono indifferenti da tanti punti di vista. Dicono qualcosa anche di noi, di quello che pensiamo e della nostra visione del mondo. Ricorro a una parola che crea distanza (si pensi a invasione rispetto a migrazione), o a una che crea vicinanza (senzatetto rispetto a barbone: nel primo caso, sottolineo la semplice mancanza di domicilio, nel secondo, l’aspetto percepito come sgradevole); decido di usare un termine che esprima sin dall’inizio il mio giudizio (libercolo rispetto a libriccino, terrone rispetto a meridionale); infine, mi chiedo se mi sto rivolgendo a un pubblico di specialisti o se sto discorrendo con qualcuno che non ha competenze specifiche.

Poniamo il caso del medico: si dovrà porre il problema di quando usare rash cutaneo e quando arrossamento della pelle, quando epistassi e quando sangue dal naso. Di nuovo, tutti termini sinonimici, ma ognuno più adatto a una certa situazione comunicativa.

Che consigli dare, quindi, a chi deve scegliere le parole per scrivere un testo (in fondo, qualsiasi testo)? Mi sento di elencarne tre.

Riflettere attentamente sul significato che vogliamo convogliare, sia in termini di registro (formale, informale, burocratico…), sia in termini di pubblico (chi mi deve leggere e capire?), sia in termini di sentimento (voglio mostrare affezione o distanza?).

Non accontentarci del primo termine che ci viene in mente: spesso sarà impreciso, generico, come quando scegliamo di usare cosa, fatto, roba invece di cercare una parola più precisa, più Italo Calvino, un po’ l’autore-filo rosso dei miei post, scrive: «Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze» (1988, Lezioni Americane, lezione sull’Esattezza). Quando scegliamo, pigramente, la prima parola che ci viene in mente, rendiamo meno vivida la nostra comunicazione: la rendiamo più sbiadita.

Ricorrere, con molta umiltà e disponibilità al dubbio, al vocabolario, strumento sempre essenziale, indipendentemente dal nostro livello di preparazione culturale. Basti pensare che una persona mediamente colta conosce all’incirca 30-40.000 parole, a fronte delle diverse centinaia di migliaia che compongono la nostra lingua. I miei preferiti? Il nuovo De Mauro, il Vocabolario Treccani e Il Sabatini Coletti tra quelli disponibili gratuitamente in rete.

Niente batte, a mio avviso, il piccolo tuffo al cuore dato dalla bella sensazione di avere trovato la parola esatta per esprimere il nostro pensiero nel modo più preciso.

5 ottobre 2017