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Luciano Canova
Laurea e PhD in Economia, Luciano Canova si occupa di economia sperimentale, di qualità della vita e felicità. Collabora con diverse testate di divulgazione scientifica come lavoce.info, GliStatiGenerali, Infodatablog, Sole24Ore...
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“Un’amicizia da Nobel”: un consiglio di lettura per cominciare bene l’anno

Luciano Canova
Insegna economia sperimentale alla Scuola E. Mattei

 

Feste di Natale: tempo di lettura e di buoni consigli in tal senso.

Michael Lewis, saggista e giornalista americano, non sbaglia un colpo e anche in questo caso ha scritto un libro originalissimo e denso di spunti, soprattutto per lettori affamati di ispirazione come quelli di Centodieci.

Un’amicizia da Nobel (edito da Cortina per la collana diretta da Giulio Giorello) è il felice racconto della genesi delle ricerche in campo psicologico ed economico di Daniel Kahneman e Amos Tversky.

Il primo è il celebre premio Nobel per l’economia del 2002, autore di Pensieri lenti e veloci, autobiografia scientifica sugli errori generati dai bias cognitivi, spesso oggetto degli articoli di questa rivista. Il secondo avrebbe senz’altro condiviso la prestigiosa onorificenza con il collega e amico (che infatti non perde occasione per dichiararlo) ma è prematuramente scomparso nel 1996.

Il sottotitolo del libro è ambizioso: Kahneman e Tversky, l’incontro che ha cambiato il nostro modo di pensare”.

Il fatto è che non è niente di più che la pura verità.

Il programma di ricerca avviato negli anni ’70 del secolo scorso dai due psicologi israeliani, infatti, ha tolto la polvere da decenni di teoria psicologica ed economica che postulavano un’idea di razionalità quasi olimpica, nel senso di un essere umano onnisciente e perfetto, in grado di controllare ogni informazione del contesto per giungere alla decisione ottimale. Gli economisti parlano di massimizzazione dell’utilità e di homo oeconomicus.

Kahneman e Tversky hanno scardinato il modello classico, restituendo dignità scientifica all’errore e dimostrando, anzi, con esperimenti scientifici rigorosi, la predisposizione dell’essere umano a cadere vittima di trappole mentali o, per meglio ripetere, di bias cognitivi. I due amici hanno sondato la nostra natura profonda investigando pazientemente il mondo dell’incertezza e del rischio, quello in cui la vita di tutti i giorni è immersa.

Il grande merito dei due scienziati è proprio l’avere tolto il velo di Maya, squarciato le nubi che connotava negativamente il concetto di irrazionalità per vestirlo di una dimensione nuova, semplicemente umana.

Il programma di ricerca sui bias cognitivi e sulle euristiche (una parola che potremmo definire semplicemente come ‘scorciatoia mentale per prendere decisioni rapide e per lo più efficaci’) aveva e ha ancora l’obiettivo di mettere a disposizione per il policy maker, e per chi supporta processi decisionali ad ogni livello, uno strumento in più da mettere la cassetta degli attrezzi.

Se l’errore, infatti, è inevitabile per il modo stesso in cui è strutturata la mente, esso diventa in parte sistematico e, dunque, prevedibile, dando a chi ne studia la natura la possibilità di conoscerne gli effetti e, quindi, di ridurne anche la portata.

Lewis racconta la genesi di questo rivoluzionario programma di ricerca con un punto di vista e un approccio originalissimo: narrando, cioè, prima di tutto la storia anche privata di Kahneman&Tversky, dall’infanzia alla nascita di un’amicizia quasi simbiotica, tanto che anche oggi, chi li conosce e ne studia le ricerche, usa i loro nomi quasi fossero un’entità unica.

C’è l’eccezionalità di Amos Tversky, persona solare-brillante-intelligentissima, con la sua capacità di ammaliare chiunque in una conversazione. E c’è l’insicurezza atavica di Kahneman, perennemente pronto a vedere cosa c’è che non va nelle sue idee e nei suoi studi, forse anche in virtù di un’infanzia trascorsa a Parigi, negli anni ’40 del Novecento, a nascondersi dai nazisti che rastrellavano la città in cerca degli ebrei.

C’è il trascorso militare di entrambi e la storia dello Stato di Israele, anche: la guerra come pretesto e oggetto di ricerca, per fare della psicologia una disciplina più fondata empiricamente.

Ci sono aneddoti divertenti, come quello che racconta di Tversky e della sua concezione di ‘scrivania perfetta’: niente sopra (soltanto una matita) e la posta che viene accumulata ai lati, giorno dopo giorno, in modo tale che quella più esterna finisca direttamente nel cestino.

E ci sono un sacco di frasi memorabili. Ne scelgo due, a chiosa della recensione e come spunti per un 2018 di ricerca incessante.

Tversky, curioso in modo vorace, sempre in cerca di problemi da risolvere e questioni su cui lavorare, parla a proposito della filosofia, suo primo amore, e della scelta di dedicarsi alle discipline psicologiche ed economiche: “Troppi problemi sono già stati risolti da Platone. È impossibile lasciare il segno in un ambito del genere. Troppa gente sveglia e troppo pochi problemi rimasti”.

Kahneman, invece, sottolinea con efficacia i vantaggi di un approccio quantitativo nello studio delle scienze sociali: “Chi sa usare i numeri fa sempre bella figura, questo è un dato di fatto”.

Che sia un 2018 di irrazionale ispirazione!

3 gennaio 2018