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Paolo Armelli
Nato nel 1988, dopo una laurea Lettere Moderne con una specializzazione in traduzione letteraria, Paolo Armelli si dedica alla comunicazione occupandosi di content marketing e social media management. Nel frattempo scrive per...
propositi anno nuovo controproducenti

Perché i “buoni propositi per l’anno nuovo” potrebbero non servirti affatto

Paolo Armelli
Lavora nella comunicazione. Si occupa di cultura pop

Un anno è appena finito e uno nuovo ne è iniziato. Come al solito ci lasciamo alle spalle i vari riti di passaggio, a volte legati a tradizioni ancestrali, e ci dedichiamo a piccole superstizioni del momento. Come, classico dei classici, quella delle liste dei buoni propositi per i mesi a venire: che si tratti di iniziare una dieta o di iscriversi in palestra, di dedicarsi di più al volontariato o di smettere di dire parolacce, tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo tentato di darci dei paletti appena svoltato il Capodanno. Ciò ovviamente si declina anche sul lavoro: lavorare sui propri punti deboli, essere più puntuali, collaborare maggiormente coi colleghi ecc. Ma è davvero necessario tutto ciò?

Se da una parte è sicuramente positivo cercare di migliorarsi costantemente, perfino programmandolo, dall’altra può risultare sterile farlo semplicemente perché abbiamo appena dovuto cambiare calendario. È abbastanza dimostrato, infatti, che la maggior parte delle risoluzioni per l’anno nuovo vanno in fumo dopo poche settimane, se non pochi mesi. Come mai? Perché spesso ci fissiamo degli obiettivi irrealistici o molto più grandi di noi. O altre volte perché continuiamo a insistere su problemi su cui già in passato con la semplice forza di volontà non abbiamo ottenuto risultati. Peggio, a volte nulla cambia perché riteniamo sufficiente il solo pensiero di voler cambiare.

Questo è un fenomeno chiaramente riconosciuto in psicologia con il nome di “predizione affettiva” (affective forecasting): quando ci decidiamo su un buon proposito la sensazione di benessere prodotta ci fa immaginare che anche al momento della sua realizzazione staremo bene; lo scontro con la dura realtà (la dieta, la palestra, i colleghi noiosi ecc.) ci faranno presto ricredere e desistere. Lo psicologo canadese Tim Pychyl ha studiato a lungo questo aspetto, tanto da aver fondato il Procrastination Research Group: “Cerchiamo di capire come mai spesso diveniamo i peggiori nemici di noi stessi rimandando volontariamente e senza motivo alcune cose”, scrive nella presentazione del gruppo di ricerca.

Rimandare, in effetti, è il peggiore dei problemi: un altro difetto di quelle che gli americani chiamano New Year’s resolution è che il nostro termine temporale è molto lontano. A gennaio, infatti, vediamo di fronte a noi ancora dodici mesi belli pieni per poter cambiare le cose e molto spesso posticipiamo l’inizio del nostro impegno talmente tante volte da ritrovarci a dover fare i propositi dell’anno successivo senza aver veramente cambiato nulla nella nostra vita. Perché spesso la forza dell’abitudine è molto più forte di qualsiasi propensione al nuovo (alcuni consigliano in proposito la meditazione o i percorsi di mindfulness, che ridurrebbero i freni imposti dalla nostra volontà abitudinaria).

Tutto sta nel cambiamento, infatti: quante volte vorremmo decidere qualcosa per cambiare il corso dei nostri giorni e poi ci troviamo paralizzati da mille fattori, dalla paura alla mancanza di tempo? Lo stesso avviene con le risoluzioni di inizio anno, che per di più ci caricano di ansie e di aspettative perché è proprio questo il periodo in cui la maggior parte di noi vorrebbe dare una svolta alla propria quotidianità o alla propria carriera. Il clima sociale e un qualche nervosismo personale non aiutano di certo a farci uscire dalla nostra comfort zone. La maggior parte dei propositi, infatti, non funziona perché rimaniamo bloccati nel timore di non farcela, e dunque già in partenza sono venati da una specie di pessimismo originale.

Dobbiamo dunque concludere che i desideri dell’anno nuovo sono tutti futili e che in realtà siamo destinati a rimanere sempre gli stessi? La risposta alla seconda parte della domanda è: ovviamente no. Ma questo no, cioè la certezza anzi la necessità che dobbiamo continuare a crescere ed evolverci, viene dalla risposta prima parte: sì, le risoluzioni di inizio anno sono per la maggior parte inutili e spesso hanno l’effetto placebo di tranquillizzare la nostra coscienza sporca, quando invece non ci gettano in una disperazione ansiosa.

Perché attendere il passaggio fra dicembre e gennaio per ributtarci in quel loop senza fine di buoni propositi frustrati e cambiamenti sempre rimandati? A questi si possono contrapporre altri tipi di obiettivi, utili e più raggiungibili, da articolare così:

  1. Non poniamoci limiti, soprattutto temporali. Si può cambiare sempre, non c’è bisogno di aspettare l’anno nuovo. Ogni occasione è quella giusta per porsi delle piccole sfide e crescere assieme ad esse. Un buon modo sarebbe quello di preporsi un micro-obiettivo ogni mese.
  2. Si procede per gradi. Uno dei limiti dei buoni propositi di inizio anno è che ci prospettano già di fronte il risultato finale, che a volte pare una montagna insormontabile. Frammentiamo invece quell’obiettivo in tappe più agili da raggiungere.
  3. Less is more. Cambiare richiede tempo, energia, forza di volontà, apertura e freschezza mentale. Se non abbiamo tutte queste caratteristiche – spesso nello stesso tempo – sarà difficile veramente evolversi in maniera proficua. Calibriamo bene le nostre forze, commisurando gli obiettivi a quello che veramente vogliamo o possiamo fare.

Ora che abbiamo accartocciato e buttato nel cestino la lista di buoni propositi per quest’anno nuovo, non ci resta che rimboccarci le maniche: il cambiamento si misura ogni giorno e, anche per questo motivo, dovremo essere ancora più preparati e inflessibili all’impegno. E forse ci stupiremo, il prossimo gennaio, di aver fatto molto più di quanto avevamo scritto in quella lista.

8 gennaio 2018