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Roy Menarini
Roy Menarini è critico cinematografico e docente universitario. Insegna Cinema e Industria Culturale all'Università di Bologna. Collabora con la Cineteca di Bologna e vari festival italiani. Ha scritto numerosi volumi sul...
film che fanno stare bene quali sono

Perché il cinema è un potente alleato del nostro benessere

Roy Menarini
Critico cinematografico e docente universitario

Il cinema è un mezzo davvero sorprendente. Chi avrebbe voglia di piangere continuamente nella vita reale? Ben pochi, eppure i film strappalacrime sono tra i più richiesti dagli spettatori. E chi desidera aver paura, nel quotidiano? Nessuno, ma gli horror sono l’unico genere che sembra non entrare mai in crisi.

Materia per scienziati, i quali in effetti ci hanno spiegato che il buon vecchio pensiero aristotelico, che spiegava con l’effetto catartico l’amore del pubblico per le tragedie, era assolutamente esatto. Ancora oggi ci capita di andare al cinema per mettere alla prova emozioni complesse e sperimentare come reagiremmo se ci capitassero davvero.

Tutto questo vale doppio per i cosiddetti “feelgood movies”, un’espressione americana ormai entrata nell’uso comune anche da noi, e che indica film che svolgono funzioni rasserenanti, procurano divertimento ed euforia, aiutano a stare meglio anche in frangenti difficili. Il cinema è questo: la capacità di rappresentare e persino procurare una vasta gamma di emozioni ne ha decretato il successo ormai ultracentenario, ma nulla come la promessa di stare bene è in grado di attirare gli spettatori.

Il feelgood movie non è semplicemente un film positivo. Deve possedere anche doti di sintonia con chi guarda, universalità di sentimenti, mostrare capacità di leggerezza e umorismo, di equilibrio tra gli eccessi del patetico e del comico, e farsi stimolo per sentimenti positivi e pacifici.

Non ci sono generi prestabiliti, anche se la commedia è la miglior candidata per questo tipo di categoria trasversale. In alcune classifiche per amanti di feelgood movies, Harry ti presento Sally compare al primo posto. La commedia romantica, certo. Ma anche una storia di amicizia, sorretta da uno humour sottile e acuminato che mescola battute folgoranti (debitrici dell’ironia ebraica di Billy Crystal, il protagonista) e ricette della commedia americana classica dei tempi d’oro (se negli anni Quaranta al posto di Meg Ryan avessimo trovato Kathrine Hepburn nessuno si sarebbe scandalizzato). Il calore umano dei personaggi, l’intelligenza profusa nella sceneggiatura, e un mondo che vorremmo abitare, sono i motivi del successo del film.

Un’altra amatissima pellicola di questo universo è di tutt’altro stampo: Il miglio verde di Frank Darabont, scritto da Stephen King, forse uno degli autori che meno tenderemmo a considerare rassicurante e ottimista. La storia del gigante buono John, condannato alla sedia elettrica, e dei suoi misteriosi miracoli, pur non avendo un lieto fine è comunque considerato un feelgood movie per come riesce a riscaldare cuore e cervello dello spettatore, e per come declina il tema della bontà d’animo pur in un contesto di sopraffazione e violenza. È anche un grande racconto contro la pena di morte e a favore dell’empatia e della compassione. Ma se non ci fosse quel quid in più – cioè la sensibilità di scrittura e la capacità di creare caratteri profondi e credibili – non potrebbe accedere all’empireo. Sì, perché in fondo i feelgood movies si riconoscono solo dopo averli visti. Farli a tavolino, senza il talento e l’intelligenza necessari, è quasi impossibile. Il rischio dell’esagerazione o del patetismo è dietro l’angolo.

Quando è nato il feelgood movie? Secondo molti storici del cinema, il primo vero esempio è La vita è meravigliosa di Frank Capra, con James Stewart, il classico che in televisione siamo pronti a rivedere ogni anno. Ci vuole anche un pizzico di crudeltà per immaginare un protagonista sfortunato e sfiduciato che vorrebbe suicidarsi proprio il giorno di Natale, per poi ricevere in dono la visita di un angelo custode che gli mostra quanto sarebbe negativo il mondo se lui non fosse mai nato, distogliendolo dal proposito. Ma è proprio nella condizione disperata dell’inizio che si nasconde il potere del racconto, e la lenta, consapevole risalita verso la responsabilità e l’ottimismo, e soprattutto verso i valori della comunità e degli affetti che lo spirito democratico statunitense considera indivisibili.

Il feelgood movie, in buona sostanza, fa bene e non ha controindicazioni di sorta, può essere assunto in dosi massicce con un unico danno collaterale: quello della cinefilia.

31 maggio 2018