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Stefano Besana
Stefano Besana è Digital Enterprise e Social Business Strategist. Lavora da oltre 5 anni nell’ambito della Social Enterprise, del Social Media Marketing, dell’Innovazione collaborativa e dell’Enterprise 2.0 aiutando le...
intelligenza artificiale futuro migliore

Intelligenza Artificiale: le macchine ci aiuteranno a costruire un futuro migliore?

Stefano Besana
Digital Enterprise e Social Business Strategist

«Le domande come “che cos’è la vita?” o “la vita è possibile?” non sono più questioni interessanti perché hanno avuto soluzione. La questione dell’intelligenza artificiale è la medesima, vi sono moltissime domande, questioni non risolte riguardo ad essa, ma non ha più senso porre invece la domanda se essa sia possibile»

(Daniel C. Dennett)

Con questa frase Dennett, filosofo contemporaneo ci fornisce una prima linea interpretativa legata al mondo dell’intelligenza artificiale, dirimendo molte delle questioni che ruotano attorno alla sua effettiva possibilità. Le idee iniziali attorno a questo concetto si collocano all’inizio del 1900 con le prime sperimentazioni che arrivano mezzo secolo dopo, oggi si tratta – invece – di un’industria assolutamente matura.

Alcuni dati possono aiutarci a inquadrare meglio il fenomeno del quale stiamo parlando. Secondo una stima di Tractica, le tecnologie di AI genereranno, per le aziende che la applicano, una crescita delle revenue da 643.7 milioni di dollari a 36.8 miliardi di dollari entro il 2025. Secondo Artificial Intelligence (Chipsets) Market il CAGR dal 2016 al 2022 sarà del 62.9%. McKinsey stima che i giganti tecnologici abbiano investito dai 26 ai 39 miliardi di dollari in AI nel solo 2016 con il 90% della spesa concentrata sulla dimensione di R&D. Le previsioni sono ancora molto ampie e spesso poco definite, ma ritengono che entro il 2025 il mercato possa arrivare a valere oltre 126 miliardi di dollari.

Se fino a qualche anno fa si tentava di semplicemente di replicare la mente umana, a oggi il concetto maggiormente legato a quello di AI è quello di machine learning: quella branca dell’informatica che studia e progetta sistemi in grado di imparare senza essere stati precedentemente programmati per farlo e di reagire a stimoli ambientali senza pattern o algoritmi precisi.

In questo ecosistema che vede vantaggi evidenti per le aziende, non sono poche le critiche che riguardano il fenomeno da molteplici punti di vista. Fodor ritiene l’AI del tutto inutile per comprendere la mente umana; Hawking considerava l’AI addirittura pericolosa per la natura umana; Musk si è detto molto preoccupato e dubbioso circa la sua presenza nella nostra vita futura e – infine – lo stesso Gates ha espresso posizioni perplesse sulla questione. La recente notizia dell’incidente che ha coinvolto la self-driving car di Uber ha gettato nuova cattiva luce sul fenomeno senza approfondire molto la questione legata alla AI.

La verità è che questi temi – per quanto affascinanti – sono sempre stati analizzati da un punto di vista troppo legato al mondo tecnologico e poco a quello “umanistico”. In realtà, la riflessività, la consapevolezza, la comprensione dei termini in gioco dovrebbero essere le basi della trattazione dei prossimi anni sul tema dell’AI e qualificano il lavoro dei ricercatori che si occupano dell’essere umano come privilegiato punto di osservazione circa le profonde trasformazioni che avverranno e che sono – perlomeno già in parte – davanti ai nostri occhi.

L’interesse verso queste sfide del tutto innovative dovrebbe muovere e motivare la prossima generazione di ricercatori nel tentativo di sviluppare in modo armonico l’AI in coerenza con una prospettiva migliorativa orientata a porre le persone al centro della trasformazione come attori e motori del cambiamento auspicato.

Per concludere con una citazione di Norman: «La tecnologia ci pone di fronte a problemi fondamentali che non possono essere superati basandoci su quanto abbiamo fatto nel passato. Abbiamo bisogno di un approccio più tranquillo, più affidabile, più a misura d’uomo»

22 giugno 2018