Idee e strumenti
per evolvere
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Stefano Gangli
Founder e direttore creativo di SignDesign, agenzia di strategie e creatività per la comunicazione. È esperto di comunicazione per le imprese. 15 anni di insegnamento allo IED, 20 anni di esperienza sul campo seguendo clienti...
differenza tra dire e fare

Sei una persona «che fa» oppure una persona «che dice»?

Stefano Gangli
Founder e direttore creativo di SignDesign, esperto di comunicazione

Una delle categorizzazioni del genere umano più diffuse vede la distinzione in due gruppi di appartenenza: quelli che dicono e quelli che fanno. A parte i casi particolari e le eccezioni, nessuno di noi è disposto a negare questa classificazione. Anzi, siamo tutti portati immediatamente a mettere le persone che conosciamo dall’una o dall’altra parte.

Se della prima categoria affascina il romanticismo di certe prese di posizione e si ammira la smisurata cultura che possono avere le persone che vi appartengono, della seconda rapisce la praticità, la capacità di risolvere questioni complicate e la metodologia operativa, per non parlare della competenza approfondita in una determinata specializzazione. E ancora. La prima categoria prevede la presenza di individui che tendono a diventare logorroici, pieni di teorie e nozioni, impegnate a cercare connessioni tra quello che conoscono e, in molti casi, a insegnare a qualcuno quello che sanno. Il secondo gruppo invece vede in azione persone che pensano a strategie per attuare tattiche in vista del raggiungimento di un risultato pratico e verificabile.

Ma la cosa che li differenzia di più è un’altra. Chi parla molto e fa poco si impegna a trovare ragioni ai propri pensieri e giustificare una teoria con l’obiettivo di persuadere gli altri. Coloro che, invece, si applicano più nel fare qualcosa che nel parlare tendono a trovare costantemente buone motivazioni che possano incoraggiare la propria volontà al fine di raggiungere un obiettivo.­ E partiamo proprio dalla volontà per accennare a 5 punti che possono aiutare a scegliere da che parte stare.

  1. Il motore del fare. “Pesa di più una briciola di volontà, che un quintale di ragione e di persuasione”. È una celebre frase di Schopenhauer nel suo “L’arte di ottener ragione”. È un esempio di come, al di fuori dei contesti in cui l’autore la utilizza, può essere spunto di costante crescita. Impegnarsi a dimostrare a se stessi ogni giorno quanto è necessario tradurre in azioni le proprie ragioni: solo così esse diventano espressione di una volontà che può migliorare e accrescersi di volta in volta. Ostinarsi a cercare solo delle motivazioni oggettive che diano ragione ai propri pensieri è sempre meno proficuo che cercare buone motivazioni per muovere la propria volontà.
  2. Fare per essere credibili.Chi fa non ha bisogno di pubblico, mentre per chi parla è la condizione necessaria. Questo in genere porta a pensare che chi è seguito da un pubblico, più o meno numeroso, sia una persona autorevole, esperta e credibile. Ma è un atteggiamento istintivo che, grazie a qualche minuto di attenta riflessione, si rivela come una convinzione falsa. Essere credibili vuol dire avere nel bagaglio della propria vita occasioni in cui si è realizzato qualcosa, in cui la propria intenzione si è finalizzata, ha raggiunto l’obiettivo per cui è stata pensata e intrapresa. Una persona che racconta casi di cui è il protagonista – al di là delle fastidiose situazioni di inguaribile protagonismo – è credibile. Può non essere condivisibile, ma sicuramente dimostra di essere una persona che fa quello in cui crede e lo traduce in atto pratico.
  3. Fare per essere utili a se stessi. Realizzare quello in cui si crede non è solo un’azione rivolta agli altri. Se hai un’idea e credi di avere tutte le ragioni per attuarla, quasi istintivamente, sarai attratto da tutto ciò che ti parla di come realizzare quell’idea. Una sete di sapere comincerà ad accompagnarti in ogni momento a tal punto che qualsiasi cosa diventa un contributo utile a costruire la competenza in quell’ambito. Comincerai a fare delle ricerche, a studiare chi prima di te ha attuato qualcosa di simile, approfondirai metodi e analisi degli strumenti e delle strategie per non fallire. In una parola: studi. È questo il contributo più utile, quello che ti fa capire cosa stai facendo e che, spesso, ti insegnerà qualcosa e ti farà costruire una competenza anche nel caso in cui rinuncerai all’impresa per aver verificato, grazie allo studio e alla ricerca, la mancanza dei requisti fondamentale per portare un’idea al successo.
  4. Saltare nel buio. Ecco, per quanto il rischio sembri l’essenza del fare, questo è proprio quello che va evitato. Intraprendere un percorso che porta a realizzare qualcosa senza aver verificato prima se le condizioni necessarie sono garantite, è una follia da dilettante. Incontrerai imprevisti che non saprai affrontare, li risolverai improvvisando e ti affiderai al caso come unico alleato, il meno affidabile. Ma chiunque improvvisi nel jazz, ad esempio, conosce perfettamente la musica, le sequenze armoniche e quanto spazio gli viene concesso per poter improvvisare, solo così non sbaglierà. Nessun dilettante è in grado di improvvisare secondo regola ed è per questo che il “saper fare” presuppone uno studio e unaa conoscenza.
  5. Non farti convincere. Piuttosto se devi, trova le ragioni per voler fare qualcosa. Realizzare un’idea, partecipare a un’azione comune funziona solo se hai voglia di farlo, è per questo che la volontà è l’attore principale che distingue chi fa da chi dice. Ma se la volontà non c’è o non è abbastanza forte, si finisce per realizzare delle cose solo perché qualcuno ci ha detto di farlo: è conveniente trovare sempre il proprio tornaconto perché solo così la nostra azione avrà successo. È difficile, ma la maggior parte delle volte si è passivi di fronte a quello che si deve fare perché non ci si sofferma sui benefici. E un beneficio è l’incentivo più forte capace di muovere la volontà.

Questi spunti, pochissimi tra i tanti che si possono elencare, sembrano l’espressione del solito inguaribile ottimismo eppure tutti sappiamo che oggi viviamo nell’epoca delle parole che tutti possiamo dire a tutti, non più solo amici, parenti e colleghi, ma sconosciuti che ci seguono, conoscenze virtuali, amici di amici e così via. Ecco perché la volontà che governa la realizzazione di idee è diventata più rara delle parole che vengono dette per avere ragione sulle idee stesse.

Eppure, più che parlarne in giro, per sapere se un’idea è buona, bisogna solo avere la volontà di realizzarla.

6 settembre 2018