Idee e strumenti
per evolvere
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Lorenzo Fantoni
Classe 1981, nasce con l’Atari in mano, grazie a un padre che prima ancora di svezzarlo lo introduce a Star Wars, al rock e a tutto ciò che poteva essere nuovo, tecnologico e fantastico. Dopo una laurea in Media e Giornalismo,...

Dall’acqua dipendono il nostro futuro e la nostra libertà

Lorenzo Fantoni
Storyteller e divulgatore esperto di tecnologia, gadget e videogiochi

Immaginate una città come Roma o anche di più che improvvisamente chiude tutti i suoi rubinetti che portano l’acqua nelle case. Non è più possibile usare gli scarichi, le docce sono limitate a due a settimana, meglio una, niente acqua per irrigare, niente lavatrici o lavastoviglie in funzione per più di una volta a settimana. Le file ai camion cisterna con le taniche per avere un po’ d’acqua da utilizzare per tutti i giorni. A cambiare è il concetto stesso di libertà.

Lo chiamano “Day Zero” e indica il momento in cui una città non ha più accesso alle normali risorse d’acqua perché tutti i bacini da cui attinge sono ormai quasi prosciugati. È successo a luglio a Cape Town, è successo tre anni va a San Paolo in Brasile, nel 2008 a Barcellona e a Los Angeles ogni anno quando ci sono troppe giornate di sole è proibito ogni uso non necessario dell’acqua potabile. Si stima che circa 14 delle più grandi città del mondo stanno avendo o avranno problemi di scarsità d’acqua nei prossimi anni e con la crescita inarrestabile delle megalopoli cinesi e indiane la situazione non è destinata a migliorare.

Dall’altro lato, lo abbiamo vissuto anche noi in Italia, aumentano le inondazioni, i dissesti idrogeologici, le allerte meteo. Tra il 1995 e il 2015 il 90% delle calamità erano legate all’acqua. In vent’anni le inondazioni hanno ucciso circa 157.000 persone. Nei soli Stati Uniti questo ha pesato sul bilancio per circa 300 miliardi di dollari.

In questi anni l’umanità si è trovata di fronte a una sfida fin troppo sottovalutata in questi lunghi anni di crescita demografica: la gestione delle risorse, dell’ambiente e dell’acqua. Una gestione che deve avvenire a lungo, lunghissimo termine e che oggi ci ha portato a città con i rubinetti chiusi e improvvisi allagamenti a sorpresa.

Un problema che riguarda solo marginalmente la vita di tutti i giorni, è il settore agricolo quello che sfrutta tra l’80 e il 90% dell’acqua disponibile, seguito dalla produzione di energia e dall’industria.

Ecco perché in questi anni si è affermato sempre di più il concetto di “impronta idrica” o Water Footprint, ovvero calcolare quanta acqua è necessaria per produrre qualcosa, sia essa uno smartphone, una mela o una bottiglia di vino. Un po’ come accade insomma per la Carbon Footprint, ovvero la quantità di anidride carbonica emessa quando usiamo un treno, compriamo un giornale o facciamo qualunque altra cosa.

Ad esempio, i ricercatori sudafricani hanno calcolato che il vino prodotto nella regione di Cape Town ha una impronta di circa 750 litri per ogni bottiglia da 750 ml. Una bottiglia di qualunque bibita gassata zuccherata si aggira attorno ai 175 litri. È vero che l’acqua spesso evapora e ha un suo ciclo, ma di solito è difficile che ricada sulla stessa regione che l’ha utilizzata, anzi, rischia di cadere in una zona che, a causa del riscaldamento globale, è soggetta a violente piogge che, a loro volta cadono in vecchie piane alluvionali che sono diventate città, causando disastri.

Tutto questo si innesta in un discorso molto più ampio che coinvolge moltissimi aspetti della Green Economy e di tutto il ripensamento che andrà fatto nei prossimi anni riguardo l’industria e l’agricoltura. Abbiamo bisogno di colture più efficienti, meno bisognose di acqua, di un ripensamento generale dell’economia legata alla grande distribuzione e al consumo indiscriminato e in generale dobbiamo fare in modo che i cambiamenti climatici causati dall’uomo vengano lentamente mitigati, visto che sarà impossibile ridurli del tutto.

Per risolvere i problemi legati alla scarsità d’acqua non possiamo semplicemente desalinizzare quella del mare, perché questo poterà le città e l’industria a chiederne sempre di più, senza alcun controllo della temperatura globale.

L’innalzamento del livello del mare rischia nei prossimi cento anni di innescare migrazioni di massa da tutte le zone costiere che avranno pesantissime ricadute sulla qualità di vita, sull’economia e sui posti di lavoro. E a quel punto, quando le città saranno sovrappopolate da milioni di persone che non hanno più un posto dove vivere, ma devono comunque mangiare, dormire e ambientarsi (un tema che oggi viviamo dalla parte dei privilegiati, ma che potrebbe ribaltarsi in neanche due generazioni) allora il rubinetto da cui non esce più acqua sarà l’ultimo dei problemi.

23 ottobre 2018