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Demetrio Migliorati
Demetrio è un senior manager con una vasta esperienza multifunzionale in vari settori e una solida preparazione in information technology. Attualmente Digital Workplace & Innovazione in Banca Mediolanum, è appassionatamente...

La blockchain di CordaNet è un arcipelago di isole interconnesse

Demetrio Migliorati
Digital Workplace & Innovation Manager

Lo scorso 17 ottobre a Milano abbiamo organizzato il primo Corda Dream, giornata di bootcamp e keynote interamente dedicata alla sperimentazione delle tecnologie di Corda, ovvero gli strumenti di distributed ledger messi a punto dal consorzio internazionale R3, che raggruppa realtà finanziarie di tutto il mondo fra cui la nostra Banca Mediolanum. Assieme a Mario Monaco di PWC ho tenuto uno dei panel introduttivi alla giornata, cercando in qualche modo di chiarire un concetto piuttosto basilare: la blockchain è il futuro.

Se osserviamo infatti l’Hype Cycle delle tecnologie emergenti elaborato nel 2017 da Gartner, società leader nel mondo per quanto riguarda consulenze e ricerche di mercato, emerge con chiarezza che entro un periodo che va dai 5 ai 10 anni il fenomeno della blockchain raggiungerà il massimo della sua produttività, diffusione ed interesse. Ne parliamo però già adesso perché a questa prospettiva bisogna farsi trovare preparati e perché oggi come oggi la blockchain è legata a un altro trend in grande crescita, quello delle criptovalute.

Proprio nel 2008, dieci anni fa, un gruppo di ricercatori operanti sotto lo pseudonimo di “Satoshi Nakamoto” diedero il là a quelli che sarebbero diventati i bitcoin. Oggi si contano oltre 2000 valute virtuali in tutto il mondo per un valore di mercato nell’intorno dei 220 miliardi di dollari. Non una cifra troppo significativa se pensiamo che a tutt’oggi, secondo stime del Politecnico di Milano, la Borsa italiana ne vale poco più di 800 e che tutto l’aggregato monetario mondiale ammonta a quasi 37 trilioni di dollari.

Ma non dobbiamo fare l’errore di sottovalutare elementi che oggi ci sembrano marginali. Anche internet ai suoi albori viaggiava su binari per certi versi limitati. Allo stesso modo se all’inizio la rete internet metteva in comunicazione solo pochi individui che dovevano connettersi a un indirizzo ben preciso (ricordate gli indirizzari del primissimo Yahoo?), oggi grazie al web possiamo mettere in campo uno scambio di contenuti libero e continuo. Ecco, immaginiamo dunque che la blockchain abbia le stesse potenzialità, ma invece di permettere uno scambio peer to peer di contenuti, dà la possibilità di effettuare scambi peer to peer di valore.

Continuando con l’analogia di internet, sappiamo bene che il protocollo più utilizzato da tutti oggi è l’http, eppure quello non è che uno dei numerosissimi standard che si possono impiegare. È semplicemente il più condiviso. Attualmente la blockchain lavora affidandosi a una varietà di linguaggi diversi che spesso non comunicano fra loro. Monete virtuali come i bitcoin sono di per sé estremamente lente, perché allora non facilitare la comunicazione per rendere tutto questo sistema molto più veloce ed adeguato a casi d’uso più evoluti?

Le reti blockchain si distinguono macroscopicamente permissionless (di pubblico accesso) e in permissioned (quindi private). Il vantaggio delle prime (permissionless) è di non avere barriere di accesso per la partecipazione al business network e di sviluppare e trasmettere valore grazie a un solo registro condiviso da tutti, in cui chiunque può interagire con chiunque altro utilizzando un’identità univoca (il cosiddetto nodo). Eppure alcune criticità, come l’elevato impiego di risorse e l’anonimato, la rendono per certi versi inappropriata per l’uso in contesti regolamentati e vigilati (come le banche). D’altro canto, le reti private (permissioned) disegnate per essere impiegate in contesti controllati necessitano di una sorta di “buttafuori” in grado di verificare costantemente l’identità degli attori (i nodi della rete) che hanno accesso agli scambi di valore verificando costantemente che essi siano solo soggetti autorizzati. Questo, attualmente, viene quindi impiegato in contesti “limitati”, ovvero con un numero ridotto di “nodi”.

La soluzione, dunque, è tanto evidente quanto rivoluzionaria: creare una rete permissioned che funzioni su scala globale. È quello che si ripromette di fare CordaNet mettendo a punto un network mondiale che permette a ogni business di operare un nodo Corda capace di effettuare transizioni con qualsiasi altro nodo Corda nel mondo.

Per usare una metafora è come se stessimo parlando di un arcipelago di isole, ognuna indipendente dalle altre, però collegate da ponti che le rendono un mondo condiviso. O ancora si potrebbe usare l’analogia delle food court nei centri commerciali: ogni cliente (un nodo Corda) è libero di servirsi da uno dei ristoranti (le varie reti di business), ognuno dotato di proprie regole e propri linguaggi, ma tutti quanti – clienti e ristoranti – sono messi in contatto e sottostanno alle condizioni generali della stessa food court (CordaNet).

CordaNet, in altre parole, vuole essere un sistema condiviso e trasparente che mette in contatto reti di business e nodi individuali, fornendo inoltre servizi come il Doorman (la certificazione univoca di identità), il Network Map (una directory di identità e nodi sulla rete) e i Notaries per assicurarsi che non ci siano scorrettezze o duplicazioni nelle transazioni. L’imparzialità e l’interesse comune di tutte queste operazioni è garantito dalla Fondazione R3, società no-profit internazionale controllata da un’assemblea di governor.

Mi sia permessa una piccola provocazione: le banche in fondo sono fra i business più semplici della Terra, perché sostanzialmente si riducono a una gestione “efficiente” di una molteplicità di registri (il conto corrente, l’elenco dei clienti, le operazioni di trading, gli indirizzari ecc.). La blockchain è una tecnologia per la gestione “super-efficiente” di registri condivisi, quindi immediatamente interessante per il sistema bancario. Quanto messo a punto da CordaNet non è altro che una architettura per la gestione aperta ed evoluta dei registri condivisi, pensata dal finance per il finance. Conoscerla oggi significa rendere sicuramente più smart il nostro lavoro ma anche farsi trovare pronti, da qui a pochi anni, quando la realtà finanziaria avrà un volto completamente inedito. Perché nessun uomo, ma anche nessuna banca, è un’isola.

2 novembre 2018