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Intervista Patch Adams

«Mai più un giorno infelice»: intervista a Patch Adams, in tour con Centodieci

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Non va matto per il termine clownterapia, e se glielo chiedi ti risponde: «Non faccio clownterapia, faccio solo il clown», ma per tutti è stato lui che l’ha inventata e esportata in tutto il mondo. Stiamo parlando di Patch Adams, al secolo Hunter Doherty, il Medico del Sorriso, attivista e scrittore famoso in tutto il mondo, cui Hollywood anni fa ha dedicato un film. Impegnato in questi giorni in un tour per Centodieci è Ispirazione, Patch è stato ospite di quattro teatri italiani a Udine, Conegliano, Reggio Calabria e Montepulciano, dove tra balli scatenati, lezioni di abbracci, e ricordi, ha spronato migliaia di persone alla più poderosa delle rivoluzioni, quella dell’amore.

Abbiamo girato l’Italia assieme a lui e tra viaggi in mini van da nove posti, voli in aereo e cene preshow c’è stata l’occasione per porre a Patch qualche domanda.

Sei un figlio della guerra, eppure insegni l’amore.

Sono nato nel 1945 e le guerre si erano prese l’anima di mio padre, uomo dell’esercito che abbiamo seguito in varie parti del mondo. Avevo 16 anni quando se n’è andato, ma non posso dire di averlo conosciuto veramente, non c’era rimasto molto di lui dopo la seconda guerra mondiale. Per fortuna mia mamma mi ha fatto il dono più grande, quello dell’autostima, e mi ha insegnato l’importanza di amare indistintamente tutte le persone.

Un percorso non semplice, né oggi né allora, immagino.

No, affatto. Vivevo nell’America razzista, mi sono reso conto dell’ipocrisia del mio paese da ragazzo, quando accanto alla fontana di un parco pubblico lessi: “Solo per i bianchi”. Rimasi sconvolto, come potevano gli adulti accettare quell’orrore? Così a scuola facevo quel che potevo per oppormi allo scempio, e nella mia scuola di bianchi, tutte le volte che sentivo la parola con la “n”, quell’orrenda parola che non riesco nemmeno a pronunciare, iniziavo a urlare. Urlavo come un pazzo e dicevo: voi ditela pure, ma io non posso fare a meno di urlare. Gli altri ragazzi mi aspettavano fuori da scuola, per picchiarmi.

Sei stato vittima dei bulli?

Sì, ed è anche stato il motivo per cui ho iniziato a fare il clown: li facevo ridere, e i bulli non vogliono picchiare il loro buffone. Funziona ancora, sai. Sono 35 anni che indosso solo abiti da clown perché mi sono chiesto più volte: cosa posso fare di non violento per fermare la violenza? E allora ho capito che questi abiti colorati potevano aiutarmi. Capita spesso di trovarsi di fronte a persone che litigano, mamme che sgridano i figli, ragazzi che fanno la voce grossa con le ragazze. Se assisto a scene del genere non faccio l’indifferente ma mi tiro su i calzoni, mi allargo la bocca con questo divaricatore (lo indossa), metto i denti finti (di plastica, galli) e attacco al naso questo moccio finto (abbastanza disgustoso) e ti assicuro che quando mi avvicino conciato così qualsiasi cosa facciano smettono di farla. Funziona.

Come fai ad avere tutta questa energia?

Ho 73 anni e me ne sento 35, perché mangio bene e faccio attività fisica, ma tutto parte molto ptima. Avevo 18 anni, due ricoveri alle spalle in un ospedale psichiatrico, avevo chiesto io di essere ricoverato perché volevo di uccidermi. Ma mi ritrovai a Washington ad assistere al celebre discorso di Martin Luther King, che aveva un sogno: I have a dream. Lì ho capito quanto ero stato stupido, non dovevo morire, ma fare la rivoluzione, una rivoluzione non violenta basta sull’amore. Sono tornato in ospedale per l’ultima volta, e mi sono imposto che non avrei mai più avuto un giorno infelice.

Per questo hai fatto il medico?

Volevo un mestiere dove fosse facile tramettere amore. Ma all’università mi sono accorto che la maggior parte dei medici erano degli arroganti del tutto indifferenti ai loro pazienti. Mi hanno insegnato che in sette minuti dovrei essere in grado di capire quello che il paziente soffre e somministrargli una cura. Per me era inconcepibile, così ho deciso di fare a modo mio. Sono un medico di famiglia e di solito il mio primo colloquio con un primo paziente dura quattro ore. Gli chiedo tutto, voglio conoscere tutto, alla fine diventiamo amici e solo così posso davvero aiutarlo.

Parli spesso di voler aprire un ospedale dove le cure siano gratuite per tutti.

È il mio sogno. In America il 70% delle bancarotte sono dovute alle spese mediche. E le spese mediche sono anche il motivo n.1 per cui si perde la casa. Inaccettabile. Qualche tempo fa mi ha scritto una famiglia: hanno perso la casa per cercare di curare il figlio, malato di leucemia, che poi è morto. È terribile, e lo è ancora di più il fatto che per sempre il ricordo di quel bambino sarà legato alla perdita della casa.

Sei conosciuto in tutto il mondo anche grazie a un film che ha raccontato la tua vita, che ne pensi? T’è piaciuto?

Ho perdonato quel film solo qualche anno fa. Considera che accettai di farlo perché con la mia comunità avevamo capito che la nostra idea di costruire un ospedale dove le cure fossero gratuite per tutti non si sarebbe mai realizzata perché non ricevevamo fondi. Avevo anche perso il mio migliore amico, ucciso da un paziente, e iniziato a fare conferenze in giro per il mondo. Perché le conferenze? Perché negli Usa solo la fama paga. E quando iniziai ad attirare l’attenzione quelli di Hollywood mi promisero un ospedale, in cambio del mio ok a fare il film. Dissi subito di sì. Poi il film l’hanno fatto, troppo conservatore e troppo poco politico per i miei gusti, hanno cambiato delle cose, facendo morire la mia fidanzata invece che il mio migliore amico, e non hanno mai costruito il mio ospedale. Non ho mai visto un centesimo.

Addirittura.

Sì, e il film ha incassato settecento milioni di dollari. Che non avessero rispettato la memoria del mio amico mi ha fatto molto arrabbiare, ho dovuto chiedere personalmente scusa a suo figlio e gli ho detto: “Se tuo padre fosse vivo sono certo che inviterebbe a cena fuori l’attrice che interpreta la mia fidanzata”. Eppure qualche anno fa ho realizzato che il 90% delle persone che mi scrivono e che mi ringraziano per aver avuto peso nella loro vita, lo fanno dopo aver visto il film. Ho quindi deciso che non potevo essere così critico con un prodotto che in un modo o nell’altro mi aveva aiutato a fare del bene.

E il tuo rapporto con Robin Williams?

Ci siamo conosciuti, anzi lui ha dovuto conoscermi per entrare al meglio nella parte. Era una bella persona, una mente brillante che andava velocissima.

Cosa ne pensi del suo suicidio?

Penso che non si sia ucciso, ma abbia fatto in modo di non diventare qualcosa di diverso. La malattia lo avrebbe cambiato irrimediabilmente, non ci sarebbe rimasto più nulla di lui. Ha deciso di andarsene a modo suo.

Sei favorevole all’eutanasia?

Sì, ho aiutato tante persone ad andarsene perché è un modo per aiutarle a vivere. Molti la pensano in maniera diversa e quando qualcuno sta molto male dicono: sta morendo. Non è così, non si sta morendo, ma si vive e si continua a vivere finché stop, il nulla. Quindi anche l’eutanasia è una scelta di vita, non di morte. Ed è anche il motivo per cui voglio portare gioia ai malati terminali. Stanno vivendo, anche se stanno male, perché non allietare i loro ultimi giorni, le loro ultime ore?

Non ti fa stare male, essere così vicino alla sofferenza?

Certo, soffro, piango, se non lo facessi mi preoccuperei, non sarei umano. La tristezza è la giusta emozione quando si tiene tra le braccia un bambino che muore, ma per me questa sofferenza altrui è un incentivo ad andare avanti a fare di più.

Qual è stata la situazione più difficile da affrontare?

Una bambina tristissima che non apriva la bocca da due mesi, né per mangiare, né per bere, né per parlare. Era stata violentata, e da allora s’era chiusa in se stessa. La prima volta che l’ho vista non c’erano espressioni sul suo volto, non sapevo che fare. Ho deciso di tornare da lei per parecchi giorni, e pian piano ha fatto dei progressi. Qualche mese dopo mi hanno mandato delle foto ed era irriconoscibile. Per il resto, come dicevo, cerco di rallegrare chi ho davanti, nulla di più. Una volta mi hanno chiamato per fare il clown a 5 detenuti che il giorno dopo sarebbero stati uccisi, sarebbero morti impiccati. Uno non si è lasciato coinvolgere, gli altri quattro si sono divertiti tantissimo. Tu, se sapessi di morire domani, non vorresti passare il tempo che ti resta divertendoti? Che poi dovrebbe valere per tutti. Dato che tutti moriremo dovremmo goderci la vita, e divertirci.

Mi sembra di capire che non credi in Dio.

Non ho mai pensato a Dio. Da ragazzino non ne ho avuto bisogno, era mia madre la mia guida. Poi crescendo ho iniziato a interrogarmi e chiedermi come potesse Dio permettere la guerra, quella guerra che ha ucciso mio padre. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti credenti, che non avevano alcun dubbio sull’esistenza divina. E quando sento queste persone parlare di Dio usano le stesse parole che io uso per descrivere i miei amici. Perciò credo che ognuno debba dare alla parola Dio il significato che preferisce, e per me Dio sono gli amici. Mi piace avere un Dio che posso abbracciare.

Tu sei molto politico, nei tuoi spettacoli non ti risparmi, quando nomini Trump sputi sul palco. Vuoi aggiungere qualcosa?

Ci tengo a dire sempre, ovunque vado, che gli Stati Uniti d’America sono i primi assassini e terroristi al mondo. Io non mi sento americano, la penso come John Lennon, vorrei un mondo senza confini, ma sono obbligato ad avere in passaporto e quel passaporto è purtroppo americano. Me ne vergogno, perché la mia nazione è la più pericolosa al mondo.

28 novembre 2018