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Massimo Temporelli
Laureatosi in Fisica all'Università di Milano, Massimo Temporelli ottiene nel 2000 una borsa di studio presso l'azienda ST Microelectronics, leader mondiale nel settore dei microchip, con la quale sviluppa i percorsi scientifici...

Intelligenza «naturale» e intelligenza «artificiale»: c’è un equivoco. Ecco quale

Massimo Temporelli
Fisico, storico della tecnologia e fondatore The FabLab di Milano

Negli ultimi mesi, sempre più frequentemente è diventato di moda contrapporre l’intelligenza artificiale (quella delle macchine) con l’intelligenza naturale (la nostra), qui, anche solo per il gusto della provocazione, che spero produca visioni alternative per il nostro futuro, proveremo a dimostrare che, a ben guardare, forse non esiste nessuna intelligenza naturale ed è perciò poco interessante contrapporla a quella artificiale. Proveremo a dimostrare che ogni intelligenza abbastanza sofisticata è artificiale.

Lo so, queste prime righe possono creare confusione, il resto dell’articolo servirà a dipanare i nodi concettuali che ho appena creato. Seguitemi.

Partiamo con il definire subito che cos’è l’intelligenza, rubiamo le parole dal dizionario.

“Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento.”

Come se tutto venisse nella scatola cranica e il sistema nervoso periferico non esistesse, in questa definizione non emerge per nulla quanto il motore dell’Intelligenza umana sia alimentato dall’esperienza, dai dati e dalle informazioni che raccogliamo dall’ambiente che ci circonda. Già Tommaso D’Aquino, secoli fa, affermava invece: “Principium igitur cuiuslibet nostrae cognitionis est in sensu”, ovvero, “Tutto il conoscere comincia dai sensi”.

Così come per alimentare le intelligenze artificiali, le macchine raccolgono dati attraverso i sensori: gps, microfoni, accelerometri, telecamere e molti altri, anche noi organismi biologici abbiamo bisogno di dati che vengono raccolti dai sensi: olfatto, vista, tatto, gusto, udito. Proprio così, il nostro cervello (sistema nervoso centrale), attraverso il sistema nervoso periferico, che termina con i sensi, raccoglie odori, suoni, immagini, gusti, per alimentare il motore dell’astrazione, delle idee, del pensiero.

E dunque parafrasando Tommaso D’Aquino possiamo dire: “Senza i dati non ci sarebbe intelligenza”. Dunque è giunto per noi il momento di spostare l’attenzione dal motore dell’intelligenza ai dati che lo alimentano: quali dati raccogliamo? Come è fatto l’ambiente da cui li raccogliamo? Il nostro è ancora un ambiente naturale?

Mi faccio tutte queste domande mentre viaggio a 300 km/h sul treno che da Roma mi sta riportando a Milano, circondato da smartphone, monitor e connettività, me lo chiedo mentre dal finestrino cerco sprazzi di natura incontaminata (selvaggia) e invece trovo solo campi arati da trattori, pioppeti ben allineati che si perdono tra strade asfaltate, case e cavi per le telecomunicazioni e l’alta energia.

L’ecosistema in cui noi Homo Sapiens viviamo è fortemente caratterizzato dall’artificiale, lo è da quando abbiamo iniziato a modificare pesantemente il paesaggio naturale, più di 10.000 anni fa, con la rivoluzione agricola e un uso sempre più intenso della tecnologia.

E così i nostri sensi non possono che raccogliere dati da un mondo artificiale: simboli, alfabeti, architetture, velocità, altezze, dimensioni, sensazioni così lontane da quelle disegnate dalla natura che è giusto porsi una domanda: che intelligenza può emergere da un ambiente fortemente artificiale?

Esatto, proprio così: non un’intelligenza naturale, ma un’intelligenza artificiale.

Ma c’è di più: la cultura umana, somma di artefatti tangibili e intangibili, è così complicata e stratificata che oggi impieghiamo circa 25 anni per fare l’upload di tutti i software culturali e le applicazioni utili alla nostra esistenza, diventando intelligenze autonome. Anche se può essere duro da digerire, in fondo siamo biologia programmata dalla cultura, i nostri programmatori sono i genitori, i libri, i dizionari, i film, le serie tv, i maestri, i professori e tutte le esperienze che facciamo nel nostro mondo artificiale, fatto soprattutto di cose non naturali.

Se l’intelligenza fosse naturale, dovrebbe sfociare da processi e dati naturali e invece noi umani obblighiamo tutti i nostri “cuccioli” a imparare cose artificiali: come allacciarsi una scarpa, come tenere una forchetta, come scrivere una S, come risolvere un’equazione, come emettere una fattura.

Ora, la questione vera non è contrapporre le intelligenti artificiale a quelle naturali, ma piuttosto capire quali tipo di sfide o attività tenere per la nostra complessa intelligenza artificiale basata sulla biologia e quale lasciare alle intelligenza artificiale basate sulla tecnologia. Saremo abbastanza intelligenti da affrontare questa sfida senza paure e pregiudizi?

6 dicembre 2018