Idee e strumenti
per evolvere
Idee e strumenti
per evolvere
Anna Fata
Anna Fata è Psicologa & Coach di orientamento olistico (dal greco olos, tutto), che lavora congiuntamente su mente-corpo-spirito, Scrittrice, Presidente ArmoniaBenessere®, Associazione e Metodo di lavoro che opera per il...

7 superstizioni a cui potremmo smettere di credere

Anna Fata
Psicologa & Coach di orientamento olistico

Chi di noi non hai mai avuto il timore di qualche sventura futura se ha rotto uno specchio, rovesciato del sale o visto attraversare un gatto nero? Chi di noi non ha indossato una determinata camicia, un anello, una cravatta o un fermaglio per capelli in occasione di un esame, un colloquio di lavoro, perché in passato crediamo che ci abbiano portato fortuna?

Sotto sotto, credenze, convinzioni o semplicemente superstizioni ne abbiamo un po’ tutti. Ci aiutano a vivere, ci permettono di avere l’illusione che nella vita possiamo avere più controllo di quello che crediamo. Ci consentono di pensare che nella vita ci sia una piccola o grande quota di prevedibilità, che esista un senso nascosto nelle cose, negli eventi e nel loro susseguirsi. Ci rendono possibile auto attribuirci dei poteri, mentali e comportamentali che non sempre, in realtà, abbiamo.

In molti casi, però, le nostre convinzioni scientificamente hanno ben poco o alcun fondamento.

Come mai, allora, siamo tanto affezionati alle nostre convinzioni? Come mai ci ritroviamo ad illuderci della loro verità, anche di fronte alle smentite evidenti?

Secondo Matthew Hutson, autore del libro “The 7 Laws of Magical Thinking” esistono delle convinzioni da cui facciamo molta fatica a staccarci:

  1. Gli oggetti portano con sé un’essenza: in genere, fin da quando siamo piccoli, e ancora più durante l’adolescenza, siamo soliti attribuire un valore speciale ad oggetti che ci sono stati regalati da persone care, che ci sono stati autografati, che sono stati indossati da un nostro idolo o che ci ricordano delle situazioni care. Anche ciò che è appartenuto a persone care che sono decedute nel tempo acquisiscono un valore di riguardo e fatichiamo a staccarcene. Questi oggetti rivestono per noi un valore simbolico tale per cui lo smarrimento, la rottura o il furto possono suscitare in noi grande dolore e ci inducono ad interrogarci su quanto accaduto. In realtà, con questi atteggiamenti facciamo fatica a prendere atto che gli oggetti sono solo oggetti e che in essi la persona cara, stimata o amata non c’è affatto. Noi proiettiamo i nostri sentimenti, emozioni, sensazioni, ricordi su alcuni oggetti, ma né noi né gli altri risiedono in tali oggetti. Gli oggetti non hanno alcun potere speciale se non quello che noi stessi attribuiamo loro.
  2. I simboli hanno potere: tutti noi tendiamo ad attribuire un significato non solo agli oggetti, ma anche a ciò che è immateriale. Non solo facciamo questo, ma arriviamo anche a credere che questi elementi simbolici possano avere un reale potere sul corso della nostra esistenza. Secondo la Legge della similarità, coniata dalla psicologia della Gestalt, l’occhio umano tende a creare una relazione tra gli elementi simili di un disegno, anche se questi sono separati, sulla base di forma, colore, dimensioni. In altre parole: la mente sembra che crei un legame tra gli elementi che condividono una natura simile. Al limite, questa tendenza ci può portare a confondere il simbolo con la cosa che esso rappresenta. Inoltre, è anche possibile attribuire delle qualità ad un oggetto, un luogo o una persona, sulla base delle parole che utilizziamo per descriverli. Alla luce di questo possiamo supporre che i simboli abbiano potere nella misura in cui siamo noi stessi ad attribuirlo loro.
  3. Le azioni comportano delle conseguenze a lungo termine: la sensazione di non avere controllo sulla nostra esistenza e sui fatti della vita ci destabilizza. Per evitare questo, consciamente e inconsciamente, cerchiamo di creare dei rituali, degli schemi, delle modalità, delle compulsioni, delle superstizioni da rispettare che ci possono proteggere da questo disagio. Da ciò deriva l’ulteriore convinzione che se violiamo tali norme, che noi stessi ci siamo costruiti, potrebbe accadere qualcosa di negativo o indesiderabile. Questo processo si basa sulle “correlazioni illusorie” secondo le quali quando due eventi si verificano in modo concomitante hanno qualche legame logico tra loro. Ad esempio, se il giorno in cui superiamo brillantemente un esame indossavamo una maglietta rossa che ci ha regalato la nostra fidanzata, potremmo dedurre che sia stata proprio quella che ci ha portato fortuna e saremo portati ad indossarla anche al successivo esame e se non lo faremo potremo non ottenere i medesimi risultati. Il pensiero superstizioso può affacciarsi in modo molto insistente soprattutto quando le probabilità che si verifichi un evento nefasto o sgradito sono alte. Si tratta della cosiddetta “gestione dell’errore”: quanto più ci troviamo in condizioni di stress, disagio, preoccupazione, tanto più cerchiamo di interpretare le situazioni a nostro favore, anche a dispetto dell’evidenza. Ad esempio si è visto che coloro che credono che un oggetto porti fortuna hanno effettivamente maggiori probabilità di successo nell’averlo con loro in caso di necessità. Si ipotizza che questo fenomeno sia da imputare al fatto che le persone in tali circostanze diano il meglio di sé perché il pensiero positivo associato all’oggetto, anche se non necessariamente vero, è in grado di rinforzare l’autostima e la fiducia in se stessi.
  4. La mente non ha limiti: la maggior parte di noi crede alle coincidenze e ci si crede al punto da considerare delle vere e proprie dimostrazioni il fatto che alcuni eventi possono presentarsi esattamente nel modo in cui la nostra mente li ha concepiti, come nel caso in cui pensiamo ad una persona e poco dopo ce la troviamo di fronte per strada. Quanto più queste coincidenze si verificano, tanto più ci convinciamo che la nostra mente vanta un potere speciale. Questa convinzione si basa sulla “correlazione illusoria” oltre che sul fatto che le nostre abilità statistiche non sono particolarmente sviluppate, perché tendiamo a contare per lo più ciò che conferma le nostre convinzioni, ma molto meno ciò che le smentisce.
  5. L’anima sopravvive: secondo Hutson non esistono prove empiriche che attestano che l’anima o la mente sopravvivano quando il cervello e il corpo periscono. Dall’età di 3 i bambini cominciano a capire che se sognano un biscotto, se se lo immaginano mentalmente, poi non possono mangiarlo. Il biscotto concretamente non esiste in quel momento. Oppure diventano consapevoli che il semplice immaginare un animale fantastico, surreale non crea le condizioni per vederlo fuori, dove non esiste. Tuttavia, da adulti permane in noi una sorta di pensiero animistico che pare in parte sia finalizzato a neutralizzare il nostro terrore della morte e la nostra stessa mortalità. Per questo motivo ci creiamo un sistema di pensiero che alimenta un mondo dopo la morte. Questo modo di esorcizzare la morte, in realtà, può assumere diverse forme: secondo l’antropologo Ernest Becker anche identificarsi con un prodotto di una marca a noi gradita può essere un modo per evitare di confrontarsi con la propria mortalità.
  6. Il mondo è vivo: i bambini attraversano una fase chiamata “preoperazionale” tra i 4 e i 7 anni in cui credono all’animismo, una forma di pensiero in cui vengono attribuite qualità divine o soprannaturali ad oggetti, luoghi o esseri materiali. Nel concreto un retaggio di tale atteggiamento sussiste nella nostra vita quotidiana anche da adulti e si manifesta nell’attribuire qualità umane a tutto ciò che ci circonda, i nostri animali domestici, gli oggetti, i luoghi, ecc. Questo accade perché applichiamo in modo pressoché ubiquitario la teoria della mente, cioè il processo che ci permette di comprendere e predire ciò che le persone stanno per compiere. In sé e per sé non è un processo da condannare, ma forse sarebbe opportuno chiederci come mai nutriamo un bisogno così forte di attribuire delle qualità umane a tutto ciò che ci circonda.
  7. Tutto accade per una ragione: è forse la forma più sottile e diffusa forma di pregiudizio a cui crediamo. In base ad esso siamo convinti che ci sia una sorta di destino capace di guidarci. Il pensiero magico pare che si nutra primariamente di coincidenze, che sono quelle che lo stesso Jung definisce “sincronismo”. Quello che ci è difficile cogliere, però, è il nostro stesso credere alle coincidenze che ci porta a individuare degli schemi negli eventi che magari in realtà non hanno alcun disegno intenzionale. E’ il motivo stesso per cui crediamo al fato, al destino, alla fortuna, alla sfortuna, al caso. Credere in un progetto nascosto più ampio da parte della vita ci aiuta a superare il disagio causato dalla mancanza di controllo, di prevedibilità e spesso anche di senso che l’esistenza sembra in realtà presentare.

In conclusione: alla base di molte convinzioni, pregiudizi, superstizioni ci sono modi errati di pensare, convinzioni che raramente appoggiano su conseguenze logiche, fatti concreti e concatenati in modo sicuramente causale. E’ una tendenza umana cercare fuori le conferme dei nostri pensieri interiori. A tutti crea disagio vivere costantemente in un mondo che ha ben poco di certo, prevedibile, controllabile. In sé e per sé avere dei punti di riferimento, delle convinzioni, delle forme di fede non del tutto razionalmente fondate non è negativo, a patto di essere consapevoli che razionalmente ben poco è spiegabile rispetto a quanto, in realtà, tendiamo a credere.

7 Febbraio 2019