Il lavandino gocciola? Chiama Lulu, il portiere di quartiere

Il lavandino gocciola? Chiama Lulu, il portiere di quartiere

Federico Bastiani

Sono giornalista pubblicista, nato nel 1977 a Pisa e laureato in Economia aziendale. Ho scoperto la passione per il giornalismo dopo un viaggio a Buenos Aires e l’incontro con le Madri di Plaza de Mayo. Da quel...

Quando tre anni è nata l’idea della Social street in Via Fondazza a Bologna, non avevamo ben chiaro l’obiettivo di lungo termine, personalmente sapevo solo che avevo una necessità impellente, un po’ astratta direi, di sentirmi parte della mia strada, della piccola comunità, di avere più relazioni con i vicini di casa per socializzare, trovare amichetti a “km O” per mio figlio, insomma, migliorare la vita partendo dal piccolo, valorizzando quello che stava intorno a me. Oggi si parla molto di resilienza, ovvero di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà: Social street è stata una risposta positiva di fronte alla sterilità delle relazioni umane del mondo d’oggi che ci hanno reso sempre più soli e individualisti.

Esempi d’innovazioni che cercano di dare risposte local a problemi di ordine generale ne esistono molti. L’anno scorso l’economista francese Charles Edouard Vincent ha lanciato a Parigi il progetto Lulu dans ma rue ovvero una sorta di portierato di quartiere. L’idea è molto semplice: Lulu è un vero e proprio chiosco, dove le persone del quartiere possono rivolgersi per risolvere problemi pratici. C’è da cambiare una guarnizione a un rubinetto? Un orlo ad un pantalone? Il portinaio della strada ha molte relazioni con i vicini e conosce la persona giusta per risolvere quel problema. Lulu è un vero e proprio servizio poiché si paga in anticipo ed il portinaio pensa a risolvere.

A Perugia ci sono “portieri di strada”, dei mediatori che si prendono cura delle persone e risolvono i problemi del quartiere

Ma non serve andare molto lontano, esperienze simili sono nate anche in Italia,  per esempio a Perugia dove qualche tempo fa è stato lanciato un progetto europeo sulla sicurezza urbana, Share my European City in partnership con il comune di Perugia e la cooperativa sociale Borgo Rete. Il progetto lanciava i “portieri di strada” ovvero dei mediatori, degli attori di quartiere che si prendono cura delle persone, che conoscono le varie problematiche e cercano di aiutare nelle piccole cose come portare a casa la spesa a un anziano.

Qual è il minimo comune denominatore fra queste esperienze? C’è sempre più necessità di rilanciare il contatto umano, mettere da parte lo smartphone e tornare a relazionarsi con le persone, rivolgersi a qualcuno, magari un vicino, verso il quale si nutre fiducia. Una differenza sostanziale fra Social street e gli altri progetti sta nel fattore economico. Social street nasce e continua a vivere di vita propria, alimentato dalla spontaneità delle persone e basato sulla gratuità, mentre progetti come quelli citati prima vanno avanti solo attraverso finanziamenti o ritorni economici di qualche tipo. Ecco perché Social street è considerato oggi un fenomeno d’innovazione sociale oggetto di studio da parte di varie università italiane.

Certamente le Social street possono essere meno efficienti perché si basano sulla spontaneità, anche se il supporto fra vicini di casa non è monodirezionale (una persona di riferimento che interagisce con gli altri) bensì pluridirezionale, tanti attori che interagiscono fra loro in momenti differenti. Quello che ormai sembra chiara è una cosa: la nostra società ha bisogno di fare un passo indietro, oggi esiste un’applicazione smartphone per tutto eppure si diffondono sempre di più iniziative che ci dicono chiaramente che le persone hanno bisogno di altro, e i numeri confermano questa tesi.
Lulu dans ma rue in un anno ha fornito 4.500 servizi a 2.100 persone in uno solo quartiere di Parigi e per il 2017 hanno in programma di aprire altri due chioschi a Parigi. Social street oggi conta 430 “strade sociali” in tutto il mondo con oltre 50.000 persone che fanno parte dei vari gruppi Facebook.