Bullismo, il documentario Dodicidue che insegna a non nascondere il dolore

Girando un documentario sul bullismo ho imparato che raccontare il dolore aiuta a crescere

Luca Pagliari

Luca Pagliari (Senigallia 21/ 09/1960) è giornalista, autore, regista e storyteller. In campo radiotelevisivo è stato Direttore dei programmi di RDS ed ha collaborato lungamente con Radio24 e Radio DeeJay....

Dodicidue è il titolo di un docufilm ma è anche una data. Quella in cui si è materializzata sul mio tablet la storia di Alice, 16 anni e vittima di bullismo. Il più subdolo, costruito su parole velenose iniettate in rete come un virus. Il bullismo che porta all’isolamento, perché le allusioni sui comportamenti sessuali sono semi al vento che si depositano ovunque.

Alice nei cinque anni di vessazioni continue non aveva mai condiviso con nessuno il suo carico di dolore. Lo aveva nascosto al mondo intero trincerandosi dietro le sue cuffiette, creando un muro di musica sparata nelle orecchie per evitare di ascoltare, sublimando la sofferenza attraverso atti di autolesionismo e di rabbia incontrollata. Neppure lo psichiatra era riuscito a comprendere.

Il “dodicidue” 2016, al termine di un incontro al teatro Comunale di Sassari dove affrontai il tema del cyberbullismo, per motivi che ancora fatico a comprendere, Alice decise di rendermi depositario della sua storia. Sul tablet, a un paio d’ore dalla conclusione dell’evento, mi ritrovai a leggere quella lunghissima lettera. Una lunga teoria di parole chiare e di fatti esposti con sorprendente lucidità. Una deposizione circostanziata in cui non mi veniva risparmiato alcun particolare. Neppure quelli più intimi. Alice mi lasciò tra le mani le chiavi della sua personalissima cella, affidandomi una responsabilità enorme: condurla fuori di lì, restituirle la bellezza dei suoi 16 anni e connetterla nuovamente con il mondo esterno.

Cosa fare? Non sono uno psicologo o un assistente sociale ma un giornalista. Il mio compito era stato quello di parlare a mille studenti, ora mi si chiedeva di abbandonare il palcoscenico e dare seguito a parole che io stesso avevo pronunciato “raccontate, vomitate le vostre storie addosso a alle persone di cui vi fidate. La solitudine uccide, ragazzi”. E una tra mille, seduta in chissà quale angolo della platea, mi aveva dato retta consegnandomi il suo dolore mai confessato.

In verità non si è mai pronti a ricevere il grido di dolore di un’adolescente che ti svela i dettagli più intimi e terribili della sua vita. Ovviamente le risposi subito e dopo una serie interminabile di messaggi che si protrasse per settimane, proposi ad Alice di farmi parlare con sua mamma. Era lì che dovevamo arrivare, Alice aveva fiducia in me e quindi provai a giocarmi la carta più importante.

Avvertivo il peso della responsabilità, sapevo che la porta della cella di Alice si sarebbe potuta richiudere in un attimo. Seguirono i giorni del silenzio e infine la telefonata liberatrice di Silvia, proprio la mamma. Con un filo di voce mi raccontò che sua figlia le aveva finalmente concesso di entrare nel suo dolore e tutto era cambiato all’istante. Avevano pianto abbracciate per un pomeriggio intero, sapendo senza dirselo che la loro vita sarebbe ripartita da lì.

Dodicidue è il docufilm che ho appena terminato di girare e che ha per protagoniste Alice e la mamma. In 30 minuti viene ripercorsa questa storia che ha il sapore di un ritorno alla vita.

Dodicidue girerà le scuole d’Italia e non dovrà essere bello ma utile. Penso a questo lavoro come a un grimaldello in grado di scardinare le serrature di altre prigioni del silenzio, perché è il non detto che uccide e corrode le persone da dentro.

Oggi Alice è serena e soprattuto libera. Lo scorso febbraio ha raccontato la sua storia di fronte a 1500 studenti riminesi. Silvia seduta in prima fila a riprendere con lo smartphone quella scena, perché certi giorni non potranno mai essere dimenticati. Alice che parla, la platea che applaude, l’incontro che termina e centinaia di suoi coetanei che si mettono pazientemente in coda per abbracciarla o, cosa che assomiglia a un miracolo moderno, per confidarle che quel giorno, tornando a casa faranno come lei. Condivideranno il loro dolore, perché non esistono altre soluzioni.

Cosa rimane di tutto ciò al giornalista che ha vissuto questa storia attraversandola in prima persona? Resta la gioia di aver dato un senso al proprio lavoro. Storie come quella di Alice, Marika, Flavia e di altri ragazzi che sono poi riuscito ad aiutare, rappresentano il premio supremo per chi come me ha scelto di intraprendere un giornalismo anomalo e complesso, dedicato alla prevenzione e alla sensibilizzazione.

È difficile individuare la linea di demarcazione che separa il mio lavoro dalla vita privata. È complicato scrollarsi di dosso il dolore degli altri. Troppo spesso mi trovo nei panni del mediatore, del depositario di dolori inconfessabili. Io sono il perfetto sconosciuto che non giudica, che ascolta e comprende le radici del dolore. La cosa complessa è non tradire le aspettative, riuscire a condurre chi si è messo a nudo verso una soluzione del problema.

L’incertezza resta sempre e comunque al centro dei miei pensieri. Chi si occupa di prevenzione, vive costantemente avvolto dentro a dei “forse”. Ogni campagna sociale che realizzo, sia che tratti di bullismo, droga o sicurezza stradale, è condannata a navigare tra le nebbie del forse e delle ipotesi. Non ho mai vissuto il lavoro con toni trionfalistici. Il dubbio di aver trovato le parole giuste è sempre al mio fianco. Il “forse” mi accompagna ogni volta che esco da un teatro, da un’aula magna affollata e troppo calda, dove la voglia di vivere la puoi leggere negli occhi di chi ti osserva, con i suoi jeans a vita bassa e un piercing costato infinite discussioni con mamma e papà.

Ho sempre abbassato i toni della festa nonostante i mille riconoscimenti e gli attestati di fiducia che riempiono il cuore e moltiplicano le energie. Nonostante la chiave comunicativa sembri essere quella giusta e tutti quei ragazzi che mi danno in consegna i loro fantasmi.

Forse, nel corso della prossima estate, una tra le migliaia di ragazzi che ha avuto modo di seguire un mio progetto, senza ricordarne neppure il motivo, pronuncerà un no che vale una vita.

Forse si rifiuterà di guidare uno scooter perché ubriaco, forse darà una mano al compagno diverso vessato dal branco o dirà “non mi interessa”a chi gli offrirà un paradiso sintetico a soli 10 euro. Forse tutto questo accadrà.

Aggrappato a quel “forse” che ha la solidità antica della roccia, continuo a fare il mio lavoro cercando sempre nuove parole, nuove storie che aiutino qualcuno a comprendere meglio il senso della vita.