Prima il caricabatterie universale, che arriverà nell’autunno del 2024. Ed ecco perché il nuovo iPhone 14 appena presentato non ha ancora la porta Usb-C, indicata dall’Ue come standard globale per i dispositivi elettronici. Ancora prima, il diritto alla riparabilità previsto all’inizio dello scorso anno dal Regolamento 2021/341, che prevede l’obbligo per i produttori di grandi apparecchi elettronici come lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e televisori a rispettare determinati criteri di progettazione, per fare in modo che risultino facili da riparare anche al di fuori dei circuiti ufficiali. E obbliga i produttori a rendere disponibili i pezzi di ricambio, spesso costosi o introvabili specialmente in questa fase di rallentamento delle catene di approvvigionamento internazionali, e le relative istruzioni per la riparazione. Tutto, da parte dell’Ue, con l’obiettivo di abbattere la quota di Raee, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, e ovviamente alleggerire le spese dei consumatori nei 27 paesi membri.

Il quadro dei rifiuti elettronici in Italia e nel mondo

La guerra contro i rifiuti elettronici che quasi sempre finiscono nelle discariche africane come quella di Agbogbloshie, alla periferia di Accra, in Ghana, sarà durissima. Su scala globale di e-waste se ne sono prodotte in tutto il mondo quasi 60 milioni di tonnellate nel corso del solo 2021. Occorre arrivare a un livello di riciclo dei Raee che superi il 65% ma molti paesi dell’Unione sono ancora indietro, con l’Italia ferma per esempio al 30/35%. Anche in questo senso si spiega la strategia di Bruxelles, che si snoda appunto su più fronti: prodotti più duraturi e riparabili per contrastare la cosiddetta obsolescenza programmata, pezzi di ricambio a disposizione più a lungo per rendere questo diritto applicabile, spinta alla raccolta corretta e al riciclo di apparecchiature spesso ricche di metalli preziosi e terre rare, fra le materie prime più controverse del pianeta in termini di gestione ed estrazione, anche considerando lo sfruttamento dei lavoratori nelle miniere ai quattro angoli del globo (ma anche in questo caso, soprattutto in Africa e Cina, che possiede 44 milioni di tonnellate di riserve di terre rare, più di un terzo dei giacimenti esplorati nel mondo). Lo scorso anno in Italia siamo riusciti a raccogliere oltre 385mila tonnellate di questo tipo di rifiuti, in crescita del 5,3% rispetto al 2020: risultati buoni ma che non bastano, troppi rimangono in circolazione o vengono smaltiti in modo scorretto dai cittadini.

La nuova bozza sui pezzi di ricambio, con focus sulle batterie

Ora arriva un ulteriore aggiornamento in termini di diritto alla riparabilità. In una bozza di provvedimento diffusa pochi giorni fa le autorità di Bruxelles, a partire dalla Commissione, vorrebbero obbligare i produttori di smartphone e tablet a fornire almeno 15 tipi di pezzi di ricambio ai centri specializzati di riparazione per almeno cinque anni da quando il primo esemplare di un determinato modello di dispositivo sarà entrato in commercio. Non solo componenti di ricambio come batterie, display, moduli per la fotocamera o altro ma anche caricatori, cover e carrellini per gli alloggiamenti delle Sim card o delle memory card. Tutto per almeno un quinquennio.

Estendere il ciclo di vita di uno smartphone per cinque anni è molto complesso, visti i salti in termini di aggiornamenti e gli investimenti in termini di marketing che ci spingono a cambiare modello di anno in anno, anche se l’atteggiamento dei consumatori sta già cambiando: se prima si sostituiva il telefono ogni 18 mesi, siamo arrivati intorno ai due anni. Ciononostante questo ulteriore tassello della Commissione, ha spiegato il Financial Times, consentirebbe in linea teorica (se appunto la vita utile di uno smartphone fosse spinta a cinque anni) di risparmiare emissioni di gas serra equivalenti alla rimozione di cinque milioni di auto dalle strade europee. Per Bruxelles ci guadagnerebbero tutte le parti in causa: taglieremmo l’e-waste, miglioreremmo appunto i tassi di riciclo e avremmo più materie prime seconde – così ambite dalle imprese di tutto il pianeta - da impiegare nuovamente nella produzione di nuovi dispositivi.

Se i produttori non saranno in grado di fornire dei pezzi per cinque anni, per esempio batterie di ricambio, dovranno dimostrare la durata prevista di quella incorporata nel prodotto. Con una serie di test dovranno cioè garantire l’80% della capacità dopo mille cicli di carica. E dovranno anche assicurare che eventuali aggiornamenti dei sistemi operativi non vadano a intaccare surrettiziamente la stessa durata della batteria o altri hardware del telefono per spingere i proprietari a sostituirlo.

L’etichetta ambientale anche su smartphone e tablet

Non basta: se la proposta verrà approvata entro l’anno, potremmo anche vedere – come in Francia quella dedicata alla riparabilità – una nuova etichetta sui dispositivi elettronici come smartphone e tablet, simile a quella già presente sui televisori e gli elettrodomestici bianchi e bruni. In realtà questa label ci indicherà, più di preciso, l’aspettativa di vita della batteria e includerà informazioni sulla protezione del dispositivo all’acqua e alle cadute accidentali, parametri per i quali esistono già degli standard internazionali di riferimento ma che evidentemente saranno resi più chiari per gli acquirenti. Per alcuni, però, non basta ancora. La Environmental Coalition on Standards (ECOS) sostiene per esempio – come spiega The Verge - che “sebbene generalmente incoraggianti, le proposte dovrebbero comunque essere notevolmente migliorate". Ad esempio, la coalizione sostiene che “la disponibilità e la sostituibilità di alcuni pezzi di ricambio fissano limiti inutili per i riparatori fai-da-te". Batterie durature e di ricambio non dovrebbero inoltre essere scelte alternative ma dovrebbero appunto essere entrambe garantite ai consumatori.