Non sono nazioni, non ancora almeno, ma sono imperi. In Cina ci sono 1 miliardo e 374 milioni di persone. Su Facebook, ogni mese, sono un miliardo e mezzo. Più di un miliardo di utenti di telefoni cellulari con il sistema operativo Android e altrettanti sono quelli che usano Gmail, con grande soddisfazione di Alphabet, già conosciuta come Google, l’azienda con la maggiore capitalizzazione di borsa al mondo. La cifra d’affari di Apple è più o meno pari al prodotto nazionale lordo della Grecia. 782 milioni gli utenti di iCloud: più del doppio dei 323 milioni di americani. Amazon in confronto è piccina: ha “solo” 270 milioni di clienti. Più o meno la popolazione dell’intera Russia.

Aziende dal numero enorme di clienti, ma non sono per nulla dei mastodonti. Hanno tutte una visione condivisa e vogliono cambiare il mondo. Esistono per chi è disposto a condividere l’ideologia per cui all’inizio e alla fine di tutto c’è Internet, allo stesso tempo motore del cambiamento e obiettivo ultimo. Incredibile destino di un qualcosa che non esiste, perché Internet è solo un protocollo di comunicazione per fare parlare fra loro migliaia di reti fisiche di calcolatori elettronici più o meno specializzati, del tutto cretini.

Fare incontrare le persone, una connessione dopo l’altra, un’innovazione alla volta, giorno dopo giorno

Mark Zuckerberg, padre e proprietario di Facebook nel corso della conferenza F8 del 12 e 13 aprile scorsi, cui hanno partecipato gli sviluppatori e imprenditori che contribuiscono a definire e alimentare l’ecosistema di Facebook,  ha dichiarato: «il nostro lavoro oggi è più importante che mai» per raggiungere l’obiettivo fondamentale dell’azienda, ovvero «fare sì che le persone stiano insieme». Le dichiarazioni di intenzioni sono del tutto coerenti: «occorre dare voce a ciascuno, per la libera circolazione fra i vari paesi delle idee e delle culture».
Per fare capire cosa ha in mente, Zuckerberg racconta storie che hanno tutte la stessa narrativa: la madre in India che trova il modo di sfamare i suoi figli, il padre in USA che combatte le modifiche climatiche, la ragazzina in Sierra Leone che potrà farsi curare, o il piccolo siriano che farà di tutto per andare via e vivere.

Steve Jobs la portava nera, Mark Zuckerbeg la preferisce grigia la tee-shirt, quando è sul palcoscenico davanti ai tanti che contribuiscono a costruire l’ecosistema di Facebook e dichiara che «invece di costruire dei muri, possiamo aiutare a costruire dei ponti. Invece di dividere le persone, possiamo farle incontrare. Lo facciamo una connessione dopo l’altra, un’innovazione alla volta, giorno dopo giorno».
I detrattori, gli scettici o semplicemente i cinici hanno un bel dire che sono solo sogni. Queste aziende hanno i mezzi per realizzarla l’utopia. Perché pensano in modo simile. Sundar Pichai, amministratore delegato di Alphabet, ha di recente spiegato che «Internet ha trasformato il modo di apprendere, di lavorare di vivere. Permette alle persone di connettersi con i loro pari, di educarli, di avviare un’attività imprenditoriale, di esplorare il mondo. Credo allo straordinario effetto di emancipazione e democratizzazione del mettere il sapere a portata di tutti, ovunque. Questa convinzione spinge la realizzazione dei nostri obiettivi».

Un modo di pensare che viene definito Techno Entusiasmo, non nuovo, ma di certo fortemente rafforzato negli ultimi tempi dall’intuizione, forse pensiero, che queste piattaforme digitali possano essere in grado di sostituirsi allo Stato, considerato troppo spesso poco efficace nel garantire il soddisfacimento di bisogni primari quali la salute, l’educazione, la mobilità.
La leva del cambiamento possibile è la connessione universale. I missionari di oggi diffondono la buona novella della Rete alle popolazioni da evangelizzare che, poveri loro, ignorano l’esistenza del miracolo digitale. Sono tanti: quattro miliardi. Secondo le valutazioni di Zuckerberg, a due miliardi  – miscredenti incalliti – semplicemente non interessa; un miliardo non ha a disposizione una connessione e per un altro miliardo è troppo cara.

Tranquilli, ci penseranno loro, quelli come Facebook e Google, non le vecchie e datate aziende di telecomunicazioni. La prima è coinvolta nel progetto Internet.org che offre accesso gratuito a un numero limitato di servizi in linea (Facebook compreso, ovviamente): Alphabet ha messo a disposizione la ferramenta necessaria per consentire l’accesso alla rete con un WiFi ad ampia banda in 400 stazioni ferroviarie indiane. Tappa successiva portare Internet in zone dove non c’è connessione alcuna. Facebook lo farà avvalendosi dell’Aquila, un drone a energia solare, con l’apertura alare di un aereo di linea, capace di rimanere in aria per tre mesi per fornire accesso in un raggio di 80 chilometri.
Alphabet, ovvero Google, ottiene lo stesso risultato con dei palloni stratosferici e ha già firmato un accordo per coprire l’intera Sri Lanka. Beneficienza? Forse, ma non del tutto. Non hanno altra scelta se vogliono continuare a crescere con il tasso registrato fino ad ora. Non si tratta poi di una voglia. Non hanno altra scelta. Il miliardo di utenti non connessi per loro è vitale. Si posizioneranno come operatori e andranno a occupare il terreno del pubblico, dello Stato. Effettueranno in prima persona gli investimenti necessari per garantirsi un ritorno immediato grazie ai nuovi clienti.

Alphabet e Apple hanno insieme un valore di mille miliardi di euro. Possono trascinare l’umanità nella direzione che vogliono

Certo, dare la possibilità a ciascuno di potere condividere tutto con il resto del mondo è cosa affascinante, buona e giusta, ma l’umanità ha anche altri problemi e per risolverli c’è un’intera collezione di soluzioni futuribili: intelligenza artificiale, cognitive computing, robotica, realtà aumentata e virtuale, biotecnologie, manifattura additiva e c’è sempre l’affascinante frontiera del cosmo, visto che tra i vari Guru della Silicon Valley, c’è chi si occupa anche di vettori spaziali. Non sono solo promesse le loro. Ci credono. Hanno i mezzi per realizzarle. Hanno il denaro. Tanto denaro. Alphabet e Apple hanno insieme un valore di mille miliardi di euro. Possono trascinare l’umanità nella direzione che vogliono. Nulla di nuovo sotto il Sole. Non molti anni fa le loro capacità economiche e il loro potere erano nelle mani delle Sette Sorelle, le grandi aziende petrolifere che si diceva fossero in grado di fare e disfare i governi. Resisteranno alla tentazione gli eroi della Silicon Valley, che poi geograficamente è tutto fuorché una vallata, ovvero i vari Marck Zuckerberg (Facebook), Larry Page (Google), Travis Kalanick (Uber), Elon Musk (Tesla), per citare i più conosciuti?

In comune hanno anche l’utopia neo-liberale che promette di cambiare il mondo combinando il capitalismo più che tradizionale, molto bravo a creare ricchezza e inetto nel ridistribuirla, con le startup di ogni ordine e grado. Non li si è ancora sentiti proporre o parlare di un nuovo paradigma, di una nuova forma di economia centrata sul capitale – non è il caso di continuare a usare il termine “capital-ismo” che ha un’accezione comunque negativa -, dove il venerato Good Profit non ha più la sola accezione di buono nel senso di tanto, ma buono perché giusto, buono perché sostiene l’economia circolare, perché ha un impatto minimo sull’ambiente, buono perché consente la crescita e la sostenibilità dei soggetti che lo generano, accumulano e distribuiscono. Si attende con speranza qualche idea.

Connettere il pianeta, sfidare la malattia e la morte, considerarsi così importanti come specie da riuscire a cambiare il clima, andare su Marte, cambiare il mondo, ovvero “salvarlo” non si sa bene da cosa, non è più responsabilità dello Stato, ma di individui creativi, degli innovatori che hanno il diritto/dovere di sostituirsi ad esso per il bene dell’umanità. Già tragicamente sentite posizioni analoghe. Uno spettro si aggira per la Storia…

L’importante è non essere complici di cambiamenti nefasti solo perché si è disattenti. Occorre essere ottimisti per riuscire a cambiare il mondo in meglio e un ottimista è solo un pessimista molto bene informato, perché connesso, perché partecipa.