Intelligenza artificiale, robot e automatizzazione tolgono oggi il sonno a chi teme di perdere il proprio lavoro, ma probabilmente dovremmo avere paure diverse e meno superficiali, pensando ai timori dei nostri antenati ai tempi della prima rivoluzione industriale.

Il grande balzo in avanti che abbiamo fatto a partire da quelle poderose rivoluzioni, infatti, ha trasformato la curva del nostro progresso da lineare (è stata così per centinaia di migliaia di anni), a esponenziale, lanciando in orbita la nostra civiltà e rimpicciolendo il nostro Pianeta ogni giorno di più.

No, io onestamente non credo che perderemo milioni di posti di lavoro, nei prossimi anni (spariranno di certo moltissimi mestieri e ne arriveranno altri), ma l'uomo, aumentato dalla tecnologia e da nuove conoscenze e capacità, dovrà necessariamente accelerare la sua corsa verso nuovi spazi e nuove soluzioni perché, come in un vecchio film di 007, oggi “il mondo non basta”.

Verso l’ibridazione uomo-macchina

Nel maggio del 1958 il matematico polacco Stanislaw Ulam riferì di una conversazione con il matematico, fisico e informatico ungherese John von Neumann “centrata sul sempre accelerante progresso della tecnologia e del cambiamento nei modi di vita degli esseri umani, che dà l'apparenza dell'avvicinarsi di qualche fondamentale singolarità della storia della razza oltre la quale, gli affanni degli esseri umani, come li conosciamo, non possono continuare” (Wikipedia, Singolarità tecnologica).

Cos'è la singolarità tecnologica?

Da allora il termine “singolarità” fu usato da molti e in molti differenti contesti. Tra questi l’inventore, informatico e saggista statunitense Ray Kurzweil, che nel suo saggio “The Law of Accelerating Returns” (La legge dei ritorni acceleranti, 1999) si riferisce alla “singolarità tecnologica” come ad “un punto, congetturato nello sviluppo di una civiltà, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani” (wikipedia, Singolarità tecnologica).

Al raggiungimento di quel fatidico momento potremo forse arrivare grazie agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che per il momento non è di sicuro in grado di innescare la singolarità (e la stessa definizione di intelligenza artificiale è sicuramente molto generosa, ­rispetto alle potenzialità delle tecnologie attuali), ma la cui crescita è per molti versi sorprendente.

La domanda allora è: gli uomini accetteranno davvero di varcare la soglia della singolarità? Oppure ci arriveranno senza accorgersene, come capita a una rana bollita viva? O, ancora, si difenderanno da questa grande incognita ibridandosi con le macchine e diventando non più soltanto uomini aumentati dalla tecnologia, come già oggi siamo, ma veri e propri cyborg?

Largo agli uomini aumentati

Siamo noi, siamo in tanti e ci nascondiamo di notte, per paura degli automobilisti, dei linotipisti…” cantava Lucio Dalla nel 1977, prima del web e agli albori della rivoluzione digitale. Oggi i linotipisti (ovvero gli addetti alla macchina tipografica Linotype) non esistono più e, nel giro di pochissimi anni, si sono già trasformati o persi numerosi lavori e mansioni.

Da quel 1977 di moti di piazza, anni di piombo e di strategia della tensione, il mondo è cambiato radicalmente, così come le persone. Oggi siamo in tutto il mondo molti più di allora, quasi il doppio in soli 40 anni (+104% dal 1970), e abbiamo tecnologie allora impensabili, che però oggi ci sembrano del tutto normali, se non addirittura scontate.

L’uomo aumentato sta spingendo forte sulla dematerializzazione, digitalizzando tutto ciò che può esserlo, ma questo non ha fermato la sua produzione di supporti fisici, la cui semplicità ed economicità di realizzazione ha contribuito semmai ad un clamoroso aumento.

La nostra impronta ecologica

Oggi abbiamo automobili più grandi di allora e ne abbiamo molte di più. Abbiamo costruito e continuiamo a costruire case, palazzi, uffici, enormi centri commerciali e aggregati di ogni genere. Siamo di più, produciamo di più, consumiamo di più, occupiamo più spazio fisico. Ma soprattutto, a partire già dal 1970, la biocapacità terrestre annuale non è più sufficiente per i consumi umani e la nostra “impronta ecologica” diventa ogni giorno più grande, cosicché, ogni anno che passa, il cosiddetto “Earth Overshoot Day” (il giorno del superamento della soglia annuale - Global Footprint Network - overshootday.org) arriva prima dell’anno precedente. Nel 2018 quella data fu il 1° agosto, il che significa che lo scorso anno ci sarebbero servite 1,7 terre per supportare la richiesta di tutti gli esseri umani, se questi avessero tutti l’impronta ecologica dei paesi più voraci. Ad esempio l’impronta degli USA è stimata in 9,6 ettari pro capite, a fronte di una biocapacità media mondiale che è di 1,78 ettari pro capite (la nostra piccola e famelica Italia si assesta a 4,2).

La tecnologia ci salverà?

Sono molti gli ambiti in cui le nuove tecnologie potranno aiutarci in modo concreto e tangibile, nei prossimi decenni, ma l’allarme che molti scienziati hanno lanciato ormai da tempo riguarda una data troppo vicina per essere particolarmente ottimisti: nel 2050 le risorse del nostro pianeta potrebbero davvero non bastare più per tutti, se nel frattempo non si agirà concretamente. Il problema è come, perché sul piatto della bilancia ci sono due pesi che si contrappongono in modo netto. Da un lato l’economia, che vorrebbe uscire dalla crisi, ormai più che decennale, è tornare a crescere; dall’altro la fisica e la logica, che ci dicono che invece dovremmo in qualche modo decrescere, non potendo ingrandire il pianeta e aumentare le sue risorse.

Dovremo rassegnarci a un’inevitabile catastrofe, naturale o per mano dell’uomo, oppure riusciremo, in 30 anni appena, a trovare un compromesso o una formula magica per venirne fuori? Basteranno le varie sperimentazioni che stiamo portando avanti su fonti energetiche rinnovabili, cibi alternativi, coltivazioni idroponiche sviluppate in verticale, orti urbani e domestici e molto altro ancora? Oppure si dovrà letteralmente cercare un’altra terra, sia essa la Luna o Marte o chissà cosa?

Il nostro mondo non basta

Il rinnovato interesse per la corsa allo spazio sembrerebbe suggerire che molti, soprattutto alcuni tra i più importanti imprenditori e innovatori seriali del pianeta (Bezos, Branson, Musk), stanno guardando oltre l’atmosfera terrestre, mentre continuano a fare soldoni ben al di sotto di essa. Ma la sola verità che oggi conosciamo è proprio che il nostro mondo non basta più e che servirà ben più che una missione speciale alla 007, per salvare il genere umano e la biosfera nei prossimi anni.

Un compito arduo che richiede l’impegno di tutti e di ciascuno, nessuno escluso, e che le nostre tecnologie avanzate possono renderci meno arduo, se prima o poi decideremo di usarle non più per il nostro divertimento e il nostro personale tornaconto, ma per voltare pagina e dar vita ad una civiltà che ha fatto pace con se stessa e con la biosfera.