Il sesto rapporto di valutazione dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico diffuso nelle scorse settimane, è implacabile. Il clima sta mutando ovunque sulla Terra, in maniera rapida e con fenomeni estremi sempre più frequenti, fuori da ogni logica di stagione o localizzazione. La rassegna sui cambiamenti climatici intorno alla quale ruoterà la Cop26 d’inizio novembre a Glasgow, in Scozia, chiede soluzioni drastiche e immediate: se anche azzerassimo oggi le emissioni di gas climalteranti, la temperatura salirebbe comunque di 1,5 gradi centigradi. Con tutte le conseguenze e con i tempi necessari: servirebbero 20-30 anni alle temperature per stabilizzarsi. Ma questo difficilmente avverrà. Al contrario, senza misure immediate rischiamo anzi un incremento di 2 gradi rispetto al periodo 1850-1900.

Gli animali diventano più piccoli

Clima che cambia significa anche habitat rivoluzionati sotto tutti i parametri: ondate di calore, precipitazioni intense, lunghi periodi di siccità, cicloni tropicali. Tutti questi fenomeni, e molti altri, sono in aumento dagli anni Cinquanta. E tutto contribuisce, focalizzando per un momento proprio all’ambito degli habitat terrestri e marini, al loro impoverimento e squilibrio. Basti pensare, solo per fare un esempio, che diversi studi hanno determinato come negli ultimi decenni diverse specie di uccelli, piccoli mammiferi, pesci e altri animali stiano diventando più piccole, leggere e corte. Effetti proprio del riscaldamento che avrebbe innescato una distorta forma di selezione naturale in grado di favorire gli organismi più minuti, che spendono meno energie e sono in grado di disperdere più rapidamente il calore. Inutile spiegare come di questo ne risentiranno le catene alimentari, finendo per alterare ancora più in profondità gli equilibri biologici compromessi da una temperatura in crescita costante e da un pianeta devastato da eventi estremi e dannosi per fauna, flora e ovviamente per gli esseri umani. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che, entro il 2050, circa 200-250 milioni di persone si sposteranno per cause legate al cambiamento climatico.

Il rapporto Ispra: a rischio oltre la metà di fauna e flora terrestri

Pochi giorni prima del rapporto dell’Ipcc l’italiana Ispra aveva diffuso un altro rapporto legato ai rischi che corrono gli habitat italiani. Il documento disegna una situazione critica per le specie e gli habitat che popolano il nostro paese. I numeri sono drammatici, segno che dall’emergenza climatica non si salva nessuno. E il lavoro locale non basta: servono strategie continentali e globali severe. Seppur tutelati ormai da decenni, sono infatti in stato di conservazione sfavorevole il 54% della flora e il 53% della fauna terrestre, il 22% delle specie marine e l’89% degli habitat terrestri, mentre gli habitat marini mostrano status favorevole nel 63% dei casi e sconosciuto nel restante 37%.

Il Rapporto Ispra sulla biodiversità in Italia presenta il quadro aggiornato dello stato di conservazione delle specie animali e vegetali e degli habitat tutelati a livello comunitario presenti nel nostro paese in ambito sia marino che terrestre. Dentro c’è una sintesi dei risultati che emergono dai dati italiani prodotti in risposta a direttive e regolamenti europei in materia di biodiversità e quelli emersi dalle tre rendicontazioni trasmesse dall’Italia alla Commissione Europea nel 2019 proprio nell’ambito delle Direttive Habitat e Uccelli e del Regolamento per il contrasto alle specie esotiche invasive.

Italia, un paese ricchissimo e fragile

Il nostro è tra i paesi europei con la maggior ricchezza di specie e habitat, e anche con i più alti tassi di specie esclusive sul territorio e nei nostri mari: nel complesso sono state censite 336 specie di uccelli, 349 specie animali e vegetali e 132 habitat presenti oltre che 31 specie esotiche invasive. Eppure le dinamiche sono pessime: sull’avifauna, ad esempio, nonostante il 47% delle specie nidificanti presenti un incremento di popolazione o una stabilità demografica, il 23% delle specie risulta in decremento e il 37% è stato inserito nelle principali categorie di rischio di estinzione. E il 35% delle specie esotiche invasive individuate come le più pericolose a scala europea presenti in Italia, non è stato ancora oggetto di alcun intervento gestionale finalizzato al contrasto.

I fattori di rischi: popolazione, consumo di suolo, pressione antropica, catture e agricoltura

Oltre al riscaldamento globale, l’Italia si presenta con le carte in disordine a causa dell’elevata densità di popolazione, della conseguente forte pressione antropica e dell’inarrestabile consumo di suolo. Nel 2019 abbiamo consumato 57 milioni di metri quadrati di suolo, un ritmo mortale di 2 metri quadrati al secondo. Ne conosciamo le conseguenze anche sotto gli aspetti idrogeologici. In ambito terrestre l’agricoltura è purtroppo la principale causa di deterioramento per specie e habitat, non diversamente da quanto accade in modo forse più appariscente in altri quadranti del pianeta (basti pensare all’Amazzonia), davanti alle infrastrutture e all’urbanizzazione in genere. “In particolare le minacce connesse alle moderne pratiche agricole si ritiene abbiano inciso in modo determinante sulla drastica diminuzione delle popolazioni di specie tipiche degli ambienti agricoli, soprattutto in pianura e dove c’è maggiore utilizzo delle colture intensive” spiega il documento.

In ambito marino prelievi e catture (cosiddette, anche se spesso non lo sono affatto) accidentali sono la principale fonte di pressione sulle specie di interesse comunitario, seguite dall’inquinamento, dai trasporti marittimi e dalle infrastrutture che insistono anche sulla maggioranza degli habitat marini, insieme alle attività con attrezzi da pesca che interagiscono fisicamente con i fondali. Pochi sanno che la gran parte dei rifiuti plastici dei mari è composta proprio dalle grandi reti da pesca che costituiscono il cuore delle tristemente celebri “garbage patch”, le isole di rifiuti degli oceani come la Great Pacific Garbage Patch.

Temperatura ma anche precipitazioni

Un altro studio pubblicato da poco dell’università di Milano su Nature Ecology & Evolution ha analizzato gli effetti dei cambiamenti climatici, la crescita della popolazione umana e i cambiamenti nell’uso del suolo sulla biodiversità degli invertebrati in Italia, utilizzando dati raccolti negli ultimi 150 anni. Ne risulta che i cambiamenti nelle precipitazioni sono il fattore che ha sfoderato il più forte impatto sulla biodiversità sugli ecosistemi terrestri del nostro paese: le comunità animali sono infatti cambiate di più nelle aree in cui le precipitazioni sono diminuite maggiormente, con un generalizzato aumento dei tassi di estinzione e colonizzazione. Ovviamente gli impatti delle precipitazioni sono stati particolarmente forti nelle aree che hanno anche subito un aumento della pressione antropica o delle temperature.

“Gli studi degli impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità spesso si concentrano sull’effetto degli aumenti delle temperature – spiega Silvio Marta, PhD al dipartimento di Scienze e politiche ambientali e coordinatore dello studio, all’AdnKronos - tuttavia, nelle aree mediterranee come l’Italia, non bisogna assolutamente trascurare gli effetti delle precipitazioni, che possono avere impatti drammatici".

Non solo c’è da impegnarsi di più per conservazione e gestione di specie e habitat per avvicinarsi agli obiettivi della nuova Strategia Europea sulla Biodiversità per il 2030, ma anche sui dati che bisognerà raccogliere nei prossimi anni occorre un salto di qualità.