La Svezia di notte, gli autogrill, hot dog chili & mexicana, «compriamo un maglione senti che freddo che fa», caffè king size, «vado in bagno, noi vai tu ma fai presto», autovelox e 60 all’ora, «oh basta con questa playlist, metti la radio piuttosto». Dalla strada non puoi scappare, la strada ha la sua lingua, la strada ha sempre fame di biscotti al cioccolato, alla marmellata, al cocco, al ginseng che magari mi tengono su. La strada sa raccontare una città e la sua gente. Tiene insieme alberi e rocce, ma anche design e urbanistica ecosostenibile come quella danese di Copenhagen. Mica è un caso se tre anni fa ha ricevuto il Climate Leadership Prize e l’anno dopo è stata eletta capitale più green d’Europa. E sì, fanno invidia i danesi, perché ci credono più di noi: nel 2025 puntano a far diventare la loro city cento per cento carbon neutral. [embed]https://www.youtube.com/watch?v=LbsWilOPlgg[/embed] Quanto ci credono ce lo dice l’asfalto del The Bicycle Snake, un ponte alto sette metri che si snoda tra Vesterbro e Islandbrygge, tra il porto con le sue piscine artificiali e office building di cinque piani. Sopra ci sfrecciano solo biciclette, nessuna auto, solo pedoni se rispettano la loro corsia, perché le due ruote a pedale devono permettere di andare da una parte all’altra della città rapidamente. La corsia preferenziale è tutta loro. Copenhagen però è una città che ha dato anche un altro valore alla sostenibilità. Lo vediamo a Norrebro, il quartiere più multiculturale che chiedeva integrazione al posto di delinquenza e scontri quotidiani, a cui il governo loale ha risposto con un parco urbano in cui il design è riuscito a unire le 57 comunità etniche con colori e arredi ludici. Il risultato: oggi bambini biondissimi giocano insieme a coetanei con la pelle più scura mentre i loro genitori chiacchierano sulle panchine. Perché anche questa è educazione a un’energia vitale che si autosostiene grazie alle nuove generazioni. Copenhagen è una città che si nutre della sua volontà, compresa quella di sfornare pasti a chilometro zero, con ingredienti coltivati sul tetto di un ex edificio industriale. OsterGRO è molto di più di un ristorante, è the first rooftop farm and urban garden di tutta la Scandinavia. Per entrare abbiamo salito quattro piani di una scala a chiocciola in ferro, di quelle per le fughe in caso di incendio. Poi, dopo l’ultimo scalino, a darci il benvenuto abbiamo trovato un comitato d’accoglienza inusuale: cavolo, insalata, spinaci, menta, peperoncino, galline pronte a deporre le uova, api intente a produrre miele… Tutto sopra un tetto green, in cui la fliera non è nemmeno corta, non esiste proprio. Dal coltivatore alla tavola percorrendo al massimo dieci metri. Senza camion in giro a consumare benzina, senza spreco di cibo, senza packaging in plastica o cartone da smaltire. L’economia gira anche così? Peccato che non avete assaggiato la zuppa di verdure dello chef chef Flemming Schiøtt Hansen.