Siamo quasi a diecimila chilometri percorsi, a Kufstein, in Austria per l’ultima sosta prima di Venezia. Una birra nello storico pub Stollen 1930, poi un’altra che ammorbidisce la tensione serale. E arrivano i primi bilanci. Che cosa ha funzionato in questa missione? Come siamo riusciti a portare la Tesla Model S fino a Capo Nord? Quanto è stata importante la tecnologia e quanto l’uomo? Progettualità, organizzazione, esecuzione: l’essere umano continua a fare la differenza rispetto alla macchina. Perché un’auto, per quanto evoluta e con capacità di analizzare dati e condividerli in un network aggiornato in real time, rimane human centered. Chi la guida rimane cioè il protagonista della user experience e l'esperienza acquisita è la miglior partner per viaggiare in sicurezza. Lo sa bene Adriano Ruchini che tutti i giorni ha avuto a che fare con la gestione della ricarica elettrica: è sempre l’uomo che spinge sull’acceleratore, che ne conosce potenzialità di consumo e risparmio energetico, che sa che una media di 115 chilometri in autostrada e del rispetto di quelli consentiti dalla legge sui percorsi extraurbani (come le grandi arterie della Norvegia) sono le migliori medie orarie per ottimizzare il consumo giornaliero. Tutti dati che ovviamente variano in base a tanti fattori esterni da tenere sempre in considerazione. È sempre l’uomo che si ferma alle stazioni Tesla Supercharged e decide il tempo di ricarica delle batterie: un rifornimento che inizia dall'1 per cento di carica sarà sempre più efficiente di uno che parte dal 70. Oltre al fatto che la macchina non può sapere quale presa elettrica è disponibile e quante altre Tesla in quel momento stanno attingendo energia dai Supercharged o da charger con una potenza inferiore. È sempre l’uomo che decide se e come utilizzare il pilota automatico, consapevole che si tratta di una tecnologia in versione beta: noi lo abbiamo tenuto inserito per almeno il 50 per cento del tempo, pronti però a correggere con le nostre mani gli eventuali difetti di gioventù del sistema. Come dire: la capacità computazionale di una macchina come Tesla è probabilmente le più evoluta sul mercato, ma gli spazi di perfettibilità sono comunque presenti. E l’uomo è dietro a tutti quei processi relazionali che determinano il successo o l’insuccesso di una missione come questa: in quasi diecimila chilometri non esiste alcun software in grado di gestire un team di 11 persone. Non esistono batterie così flessibili come quelle umane che lavorano in linea e si danno il cambio alla guida. E soprattutto non esistono Supercharged in grado di ricaricare l’energia di un gruppo affiatato che fin dall’inizio aveva chiaro in mente l’obiettivo di Tesla S Future.