Ci sono parole, a volte addirittura intere frasi, destinate ad avere fama imperitura. Tutti ricordano il “veni, vidi, vici” con la quale Giulio Cesare annunciò la vittoria riportata il 2 agosto del 47 a.C. Altri termini escono invece dal cono d’ombra della notorietà limitata ai soli specialisti in seguito ad eventi inattesi. E’ il caso dell’oggi celeberrimo “Whatever it takes” che Mario Draghi pronunciò il 26 luglio 2012. Anche se riguardava la vita di tutti noi, la frase suscitò allora l’interesse del solo mondo economico-finanziario. Oggi che il “Whatever it takes” è diventato più famoso di una canzone di Madonna, è forse il caso di riepilogarne la storia e con essa il suo significato.

L’allora Governatore della Banca Centrale Europea la scandì nel corso di una conferenza stampa per indicare che la BCE avrebbe fatto tutto il necessario per salvare l’euro dalla speculazione. La crisi dell’euro aveva avuto origine dalle difficoltà dei cosiddetti paesi “PIIGS” (Portogallo, Irlanda , Italia, Grecia, Spagna ) che a causa delle tensioni economiche interne rischiavano il default. Termine che in economia indica l'incapacità patrimoniale di un debitore di onorare le proprie obbligazioni, ovvero restituire il capitale prestato.

Una delle cause tipiche di default è la presenza di un forte squilibrio tra debito complessivo e il prodotto interno lordo, la misura della ricchezza creata nel periodo considerato da una nazione. Ma non è tutto: sul debito si pagano gli interessi e questi ultimi sono destinati a crescere quando le cose vanno male. La qualità di un debito è misurata dal famoso spread ottenuto calcolando la differenza che corre tra Buoni del Tesoro Poliennali e Bund tedeschi. Inevitabilmente ai “cattivi debitori” gli interessi crescono vertiginosamente e crescendo fanno aumentare il deficit, innescando il circolo perverso: più deficit più debito, più debito più deficit… Lo spread è dunque un termometro. Indica come viene valutato dai mercati finanziari il rischio-paese. Più alta la “temperatura” dello spread, più bassa è la considerazione dell’economia dello specifico paese.

In queste situazioni la speculazione si scatena e vende allo scoperto i titoli del paese in difficoltà. In tal modo il valore dei titoli crolla, mentre gli interessi vanno alle stelle e il circolo vizioso prende ulteriore vigore.

Per far desistere i propositi degli speculatori bastò la frase pronunciata da Draghi, garbata nella forma ma straordinariamente dura nella sostanza. Annunciava che la BCE avrebbe “whatever it takes”, ovvero compiuto “tutto ciò che è necessario” per salvare l’euro. Inutile ricordare che pochi giorni dopo i cannoni del “quantitative easing” iniziarono a sparare ad alzo zero mettendo in fuga l’esercito degli speculatori. L’inevitabile domanda a cui bisogna ora dare risposta riguarda questo particolare strumento finanziario: cos’è il Quantitative Easing e come funziona?

Il Quantitative Easing (QE) è uno strumento di politica monetaria il cui scopo è creare nuova moneta per stimolare l’economia di un singolo paese o, come nel nostro caso, di un sistema economico legato ad una moneta comune. Come è noto, le politiche monetarie appartengono a due grandi categorie: espansive o restrittive. Il QE viene considerato come una politica ultra-espansiva. Attraverso esso una banca centrale come ad esempio la BCE inietta nuova moneta nel sistema finanziario indebitandosi. L’obiettivo è aumentare la fiducia degli operatori, i finanziamenti e i prestiti. Insomma, il QE va inteso come lubrificante e al tempo stesso carburante del motore economico di un paese.

Pompando denaro nel sistema si riduce il valore della moneta; di conseguenza i prezzi aumentano e sale l’inflazione. Anche se quest’ultima è generalmente percepita in senso negativo, le banche centrali ritengono che in questa fase economica un aumento dell’inflazione sia da considerarsi positivamente: l’obiettivo auspicato dalla BCE fissava il traguardo ideale al 2% annuo.

Un’ultima considerazione. Nel periodo trascorso tra il “Whatever it takes” e l’annuncio del QE in Eurolandia le spese per interessi sono scese di 10 miliardi di euro (da 75 a 65 miliardi) e hanno continuato a calare nella fase successiva, ovvero quando i titoli di Stato sono stati effettivamente acquistati. Un ulteriore misuratore, ammesso che ce ne fosse il bisogno, del peso specifico svolto dalle parole pronunciate da Draghi.