Per crescere, le PMI hanno bisogno di sviluppare innovazione. Come? Chiedendo aiuto al mondo della ricerca - Centodieci

Per crescere, le PMI hanno bisogno di sviluppare innovazione. Come? Chiedendo aiuto al mondo della ricerca

Roberto Tiezzi

Dopo una formazione giuridica Roberto Tiezzi si specializza nel campo della proprietà intellettuale con esperienze formative acquisite in campo internazionale e svolgendo azioni didattiche in diversi contesti nazionali....

Che le piccole e medie imprese (PMI) rappresentino la spina dorsale dell’economia europea è un dato di fatto, la grande impresa rappresenta infatti solo lo 0,2% del totale degli operatori (dati della Commissione Europea). Generalmente siamo portati a ritenere che l’industria e la produzione di massa siano legate ai più grandi colossi, ma non è così, detto che occorre ricordare che nelle categoria delle PMI rientrano imprese con dimensioni ragguardevoli, vicine anche ai 250 dipendenti e ai 50 milioni di euro di fatturato. Per questo motivo l’Unione Europea ha sviluppato da tempo una serie di principi specifici (Small Business Act) finalizzati a sostenere la crescita delle PMI e ha identificato i problemi chiave da aggredire.

Sviluppare innovazione. Questo è ciò che viene chiesto alle PMI per crescere

In particolare, nelle recenti indagini SAFE (Survey on Access to Finance of SMEs) e Innobarometer, accanto al ruolo cruciale della domanda di beni e servizi e alla necessità di un più agevole accesso agli strumenti finanziari, lo sviluppo di innovazione è visto come un driver fondamentale di crescita.
Sebbene a livello europeo la sensibilità delle imprese verso i comportamenti innovativi, finalizzati cioè a introdurre una specifica innovazione di prodotto o servizio, stia crescendo, tale attitudine appare sganciata dall’utilizzo degli strumenti di tutela dell’innovazione: i brevetti.
E ciò non è un bene, se si vuole realmente crescere nel tempo.
A una delle ultime survey sui diversi Paesi dell’Unione (Flash Eurobarometer 394), solo il 14% delle imprese tedesche risponde di aver depositato brevetti di recente: mentre in Italia si scende addirittura al 5%.
Un trend migliore sembrerebbe avere l’indicatore relativo alla realizzazione di R&D activities: dalla punta della Finlandia (40% dei rispondenti afferma di averle realizzate) al 27% dell’Italia (un risultato sicuramente sorprendente per il nostro Paese). Peccato tuttavia che in media si registri la netta preponderanza della grande industria.

Spesso le PMI non dispongono di una divisione R&D ma potrebbero, anzi dovrebbero, affidarsi alle università nella definizione dei processi di innovazione da attuare al proprio interno

In soldoni, le PMI continuano a non fare ricerca e a non fare brevetti. O meglio: non fanno brevetti poiché non fanno ricerca.
La relazione tra i due concetti spiega anche perché le azioni di diffusione della cultura dei brevetti e più in generale degli strumenti di proprietà intellettuale non hanno mai veramente attecchito tra le PMI. Infatti, le imprese che accedono a seminari e corsi sul tema apprendono cos’è il brevetto, ma non riescono a individuare soluzioni concrete alle quali applicarlo.
Da ciò deriva l’idea che siano le Università e le altre istituzioni di ricerca a rappresentare un punto di aggancio importante nella generazione dei processi di innovazione delle PMI: possono fungere da primo soggetto veicolatore di servizi finalizzati alla definizione di obiettivi di innovazione, all’identificazione preliminare di invenzioni brevettabili e know-how utili all’impresa, ad alcune azioni formative e informative in grado di favorire l’affermarsi dell’esigenza stessa di utilizzo della proprietà intellettuale da parte dell’impresa.

Parlare alle PMI di brevettazione senza dar loro la prospettiva di accesso a una funzione di ricerca sviluppo e di servizi idonei a supportare la generazione di proprietà intellettuale rischia di vanificare ogni azione. Ribaltando lo schema e partendo dal contesto della ricerca e dalle sue interazioni col mondo delle imprese, si assicura invece una base concreta su cui innestare efficacemente la cultura dell’innovazione.

Le Università devono essere in grado di individuare i bisogni di innovazione delle imprese, cercare bandi pubblici e fare formazione alle imprese

Proprio perché le PMI dispongono raramente di funzioni interne di R&D con finalità di sviluppo strategico, è opportuno che esse si rivolgano alle istituzioni pubbliche di ricerca, secondo lo schema della ricerca commissionata, laddove ci sono risorse economiche, o del partenariato, quando si vuole accedere ai finanziamenti pubblici alla ricerca.

La sfida delle Università, per evitare che la ricerca italiana faccia flop come discusso in questo articolo, è quella di saper predisporre un’organizzazione efficiente in grado di erogare servizi e programmi, quali:

  • Check up dell’innovazione: individuazione del fabbisogno di innovazione dell’impresa e definizione dei programmi di ricerca e sviluppo idonei
  • Ricerca collaborativa: esecuzione di programmi di ricerca su commessa dell’impresa ovvero in partenariato nell’ambito di bandi pubblici di finanziamento (regionali, nazionali o europei)
  • Analisi preliminare sullo stato dell’arte in relazione alle soluzioni innovative individuate da o con l’impresa, al fine di orientare lo sviluppo e verificare i presupposti di tutela della proprietà intellettuale
  • Seminari sui temi del design finalizzati all’interazione tra creatività della ricerca e della didattica con il mondo dell’impresa
  • Accesso privilegiato al portafoglio brevetti dell’Ateneo dei diversi settori della ricerca con agevoli meccanismi di licenza
  • Moduli dedicati ai temi della proprietà intellettuale con assegnazione di specifici crediti nell’ambito delle attività di formazione continua destinati ai vari ordini professionali
  • Corsi di formazione intensivi per le imprese

Tutto quanto sopra va unito alla creazione di una dimensione di comunità degli innovatori, nella quale ricercatori e imprenditori possano incontrarsi e scambiarsi esperienze, conoscere i trend tecnologici del momento e ricevere esempi concreti. Perché un imprenditore quando capisce come si fa e vede che altri lo hanno fatto, sceglie sempre di fare.