Leonardo da Vinci: nato prima del suo tempo - Intervista a Michele Placido

Leonardo da Vinci: nato prima del suo tempo – Intervista a Michele Placido

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Giornalista, è vicecaporedattore di Panorama....

Leonardo da Vinci è, se mi passate l’iperbole, più vivo oggi di quanto non lo sia stato nella sua epoca. E non lo affermo tanto perché lo testimonia l’infinito fiorire d’iniziative per celebrare i cinquecento anni dalla sua morte, quanto perché l’oggetto di queste iniziative è il racconto dell’enorme lascito che quel genio ha generosamente elargito all’umanità. La sua eredità è per noi un patrimonio il cui valore è cresciuto nel tempo di pari passo con la capacità degli esseri umani di comprenderlo e di farne tesoro.
Ma in vita, per dirla mutuando Marcello Veneziani, «parto prematuro fu rispetto allo secolo in cui nacque, troppo avanti si spinse, troppo antevide con la mente sua, e non c’era niuna industria capace d’inverare li suoi prototipi». 

Tuttavia, oltre a riconoscere la sua genialità assoluta, insita nella capacità di vedere oltre quello che il suo tempo gli permetteva, il tributo di Centodieci alle celebrazioni, cioè l’opera teatrale Lionardo, si focalizza, indagandole, sulle dinamiche del «lascito» giunto ai posteri attraverso il legame tra il Maestro e il suo allievo prediletto Francesco Melzi. 
Ne parliamo con Michele Placido, un Maestro contemporaneo della settima arte, autore e interprete di Lionardo, dove Placido dialoga sul palco con il figlio Brenno. 

D: Lionardo è un’opera di fantasia in chiave teatrale. Com’è nata l’idea?

Quando Centodieci mi ha proposto il progetto, abbiamo iniziato a riflettere su come mettere in scena un’opera al Castello Sforzesco di Milano, puntando a una chiave precisa che coinvolgesse storicamente il personaggio di Leonardo e il suo rapporto con la città meneghina, ma soprattutto con la famiglia Sforza. È da lì che è partita la scrittura e l’idea di mettere in scena un testo teatrale. Abbiamo voluto creare una drammaturgia che portasse sul palcoscenico le emozioni del testo, emozioni interpretate dagli attori, ma proprie di personaggi realmente esistiti come Francesco Melzi, Leonardo e Monna Lisa. Non si tratta di un saggio su Leonardo, ma di uno spettacolo puro che speriamo diventi popolare e riesca a intrattenere il pubblico e a emozionarlo. 

D: Al centro della pièce ci sono Leonardo da Vinci e il suo allievo Giovanni Francesco Melzi ed emerge subito l’importanza del rapporto che s’instaura tra allievo e maestro. Quale importanza ha avuto questo legame nella sua vita d’artista?

Rispondo parafrasando un testo di Arthur Miller: sono tutti miei figli. La mia stessa famiglia è una famiglia d’arte. Violante, Brenno, io, mio fratello Donato, mio fratello Gerardo, abbiamo la stessa passione per il teatro e proviamo la stessa gioia nel muovere le emozioni sul palcoscenico. Certo, c’è anche il cinema ma il teatro è al primo posto, perché è il nostro luogo di raccoglimento, la chiesa laica dove c’incontriamo, verifichiamo e progettiamo. Da chi ha partecipato ai miei spettacoli fino a chi ha passato con me anni davanti e dietro alla macchina da presa considero tutti figli miei e spero di aver lasciato loro un buon ricordo. Non so se umanamente è sempre stato così, ma artisticamente sì. Potrei citare decine e decine di attori e artisti, di uomini e donne che hanno partecipato alle mie messinscene e ai miei progetti. In fondo sono stato un papà per loro, un papà dell’arte. E la nostra arte è difficile, è dura, si suda, si soffre come in una famiglia. Gli anni passano, poi, e ci si trova a fare il passaggio di consegne. Io sono solo un testimone della loro carriera così come io sono stato allievo di Strehler, di Ronconi e dei miei padri spirituali e artistici, come Orazio Costa, come di tutti i miei insegnanti dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica. È così che si tramanda la cultura. 

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D: Secondo lei è ancora importante avere la fortuna di incontrare un maestro disposto a insegnare a un allievo desideroso d’imparare? Ma soprattutto c’è ancora margine perché questo accada?

Oggi manca l’occasione. La tecnologia ha abbassato la capacità artistica e molti giovani non sanno che oltre la televisione, oltre alla dimensione “social” c’è molto altro. L’arricchimento che un tempo avveniva nelle botteghe forse non può più esserci, perché ormai esistono più. Nelle botteghe ci si formava attraverso il dare e avere tra maestranze e allievi, come tra padri e figli. La ricchezza del sapere si formava lì, perché un Maestro senza una bottega non si sarebbe potuto chiamare Maestro. Così dalle botteghe sono usciti grandissimi attori: basti pensare, per il teatro, alla bottega di Gassman e di Albertazzi. La fortuna consisteva nell’entrare in una bottega e nello scegliere un buon Maestro, un “modello” che fosse un punto di riferimento nell’insegnamento e che tramandasse il suo sapere, com’è successo con lo stesso Leonardo che lasciò a Francesco Melzi la sua eredità. 

D: Che cosa significa per un Maestro come lei misurarsi con uno dei maggiori geni della storia dell’umanità?

Credo che la mia sia l’età giusta per emozionare raccontando la vita straordinaria di Leonardo. In questa pièce sono agevolato dal fatto che non devo trasmettere allo spettatore la sensazione di essere lui, ma di essere un uomo che ha vissuto quel periodo, quella storia e di aver avuto pensieri, riflessioni e scritti a cui io personalmente posso dare solo e semplicemente la mia voce. Starà poi a me fare in modo che sia una voce che viene dal profondo della mia anima, che attraversa tutta quella parte del corpo, come dice Leonardo, dell’uomo che è fatto di cervello, di cuore, di viscere e di circolazione del sangue. Voglio creare una voce che diventi la somma di tutto questo e che riesca ad arrivare al pubblico, a informarlo, colpirlo ed emozionarlo.

D: Ma vale ancora la pena di andare a teatro? Quali sono i valori e i contenuti che non potremmo trovare altrove?

Io credo che non si debba abbandonare il teatro ed esiste un pubblico che non lo ha mai lasciato. Il teatro lungo la sua storia millenaria ha attraversato tante crisi; è stato censurato e perseguitato. È nato nell’antica Grecia come dialogo fra gli uomini e gli dei e, per fortuna, – forse proprio perché c’è troppa tecnologia – il pubblico che continua a frequentare il teatro ha bisogno di dialogare con gli dei. 

D: Chi sono oggi gli dei? 

Sono quelle persone che per arricchirsi umanamente ancora guardano in alto, il cielo, la natura, il mondo e non solo lo schermo di un telefonino. Come dice Leonardo, guardano il cielo, guardano il mare, le tempeste e tutti quelli che sono gli aspetti che ancora oggi la natura ci può dare oltre la tecnologia che, seppur straordinaria, non arricchisce spiritualmente l’uomo. Il teatro, invece, dà la possibilità allo spirito di restaurarsi, confrontandosi con l’evoluzione della mente umana in campo tecnologico, ma soprattutto con chi vuole salvaguardare la natura dalla globalizzazione del cervello.