Cos'è la finanza sostenibile e perché è importante? - Centodieci

Cos’è la finanza sostenibile (e perché è importante)

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Di solito siamo portati a pensare che fare il bene del Pianeta e degli altri sia un gesto disinteressato, che nasce da uno spontaneo moto di generosità. Questa è una (bellissima) parte della storia, ma il quadro è molto più vasto. La felice intuizione del rapporto Brundtland del 1987 è stata proprio quella di coniare il concetto di “sviluppo sostenibile”, per farci capire che dobbiamo continuare a crescere, ma con un occhio di riguardo per le future generazioni. Anzi, c’è di più: i progetti ambientali e sociali possono diventare il motore per lo sviluppo della nostra economia.

Cos’è la finanza sostenibile

Possiamo così guardare con occhi nuovi il mondo della finanza, consapevoli del fatto che l’immaginario che si porta dietro, fatto di avida speculazione, per fortuna sta lasciando spazio a molto altro. Come sanciscono gli Un Pri (un’iniziativa dell’Onu), gli investimenti diventano sostenibili e responsabili se, oltre a valutare le imprese e le istituzioni dal punto di vista puramente finanziario, analizzano anche le loro istanze ambientali, sociali e di governance (Esg).

Per capire cosa significa, partiamo dall’inizio. I fondi pensione, le compagnie di assicurazione o i singoli risparmiatori investono i loro soldi per farli fruttare, incassando un ritorno finanziario nel breve periodo. Chi abbraccia la finanza sostenibile però vuole anche assicurarsi di sostenere solo attività che siano utili alla società e non compromettano le risorse naturali.

Le strategie della finanza sostenibile

La finanza sostenibile può seguire diverse strategie. La più nota affonda le sue radici nel Seicento, quando i quaccheri si auto-esclusero dal fiorente business del traffico di schiavi pur di restare fedeli alla loro etica. Secoli dopo, in Europa quasi 9.500 miliardi di euro sono investiti tagliando fuori settori controversi come tabacco, gioco d’azzardo, armi, pornografia (i dati sono ricavati dall’edizione 2018 del rapporto biennale Eurosif).

Altre strategie prevedono di selezionare le aziende sulla base delle loro performance Esg o del loro rispetto delle convenzioni internazionali, magari scegliendo soltanto le migliori o quelle che operano in settori “sostenibili” (come le energie rinnovabili).

Ci sono poi approcci più sofisticati come l’engagement, con cui l’investitore discute con il management dell’azienda, o addirittura interviene all’assemblea degli azionisti. Il primo precedente illustre risale al 1971, quando una coalizione religiosa esortò General Motors a tagliare i ponti con il Sudafrica dell’apartheid. Oggi l’engagement vale 4.800 miliardi nel Vecchio Continente.

Numeri molto più piccoli – 108 miliardi di euro, in rapida ascesa – per l’ultimo arrivato, l’impact investing. In questo caso l’investitore si propone di ottenere sia un ritorno finanziario sia un risultato ambientale e sociale ben preciso, che in un secondo momento dovrà misurare.

Cos’è l’economia circolare

Tra le aree di sviluppo più promettenti, non si può non citare l’economia circolare. Più che un settore specifico, è innanzitutto un cambiamento di mentalità. Fino a ieri vigeva un modello lineare: si prende una risorsa e la si sfrutta per produrre un oggetto, da usare e poi buttare via quando non serve più. Con l’economia circolare invece qualsiasi bene va progettato già pensando alla seconda vita che avrà in futuro, quando sarà riparato, riutilizzato o riciclato. In quest’ottica i rifiuti non sono più scarti di cui sbarazzarsi al più presto, ma risorse da trasformare e reintrodurre nel ciclo produttivo.

L’Europa sta scommettendo con decisione sull’economia circolare, tramite un ambizioso piano d’azione approvato nel 2015 e sostenuto da importanti risorse finanziarie. Questo perché, scrive a chiare lettere l’Unione, è attorno a questo nuovo modello che gli investimenti e l’innovazione potranno prosperare.