Come affrontare le paranoie secondo Shirley Jackson

Shirley Jackson ci insegna a trasformare le nostre paranoie in creatività

Redazione Centodieci

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Shirley Jackson ha scritto ogni giorno della sua vita. Lo ha raccontato il figlio Laurence Jackson Hyman e lo testimonia l’enorme quantità di lavori pubblicati: racconti (molti sul New Yorker), romanzi e saggi. Shirley, però, ha cominciato ad essere presa sul serio solo dopo la sua morte, in una sorta di revival tardivo alimentato anche dal riconoscimento che molti grandi autori anglosassoni hanno fatto del suo lavoro. La sua magra consolazione è una celebrazione lunghissima che ancora resiste oggi, a più di 50 anni dalla morte.

Shirley Jackson e la paranoia nel mondo borghese

Persino Netflix è corsa ad unirsi al coro con una strepitosa serie, ‘The Haunting of Hill House’, liberamente ispirata all’omonimo romanzo, uno dei più celebri dell’autrice americana. È stata definita la regina della letteratura gotica americana da Stephen King, colui che dal suo lavoro ha tratto una inesauribile ispirazione. Ma Jackson è anche la scrittrice che più ha saputo rappresentare la vita della tranquilla borghesia americana dandole connotazioni inaspettatamente horror. È proprio la lezione sulla paura la sua eredità più importante.

Una vita complessa, un talento inarrivabile

Nata a San Francisco nel 1940, Shirley vive una infanzia complessa, vessata continuamente dalla madre Geraldine che non dimenticherà mai di ricordarle quanto è inadeguata alla vita che si aspettava per lei. Nasce così il seme del suo essere ‘outsider’ nonché l’esigenza di dare forma alle sue frustrazioni, alla sua inadeguatezza, alle sue paure. E quello con la paura sarà un rapporto longevo e strettissimo, che troverà compimento proprio nella sua opera letteraria.

La scrittura per sfuggire dalla realtà

 Una chiave di lettura abbastanza comune del suo lavoro, confermata anche da molte interpretazioni successive, prima su tutte quella di Neil Gaiman, suo fervente ammiratore, che considera la sua opera uno strumento primario di fuga dalla realtà. Shirley Jackson plasmava la sua materia prima – la quotidianità con un marito infedele, i medicinali, l’alcool, gli adorati figli – e la trasformava in letteratura. Ha dato una forma letteraria alle nevrosi, alle dipendenze e alla solitudine, nascondendosi dietro la grande maschera del romanzo gotico americano. Lei stessa dirà che aveva voluto dare una forma ai tormenti personali, quelli che abitano una psiche danneggiata, fragile, come quella di molte donne negli anni ’40 e ’50 negli Stati Uniti. Forse allora, più che una fuga, questa è una legittimazione della realtà, la sua.

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Le forme della paura

Nei suoi romanzi l’ansia e la paura non sono un gioco, né strumenti per solleticare il lettore, piuttosto diventano il fulcro insostituibile attorno al quale costruire un racconto, un romanzo. L’opera intera di Shirley Jackson insegna, allora, a scendere a patti con la paura, senza doverla per forza domare o ignorare. I suoi personaggi temono la paura, ma la venerano allo stesso tempo, ne sono talmente attratti da scrutarla da vicino fino a caderci dentro, senza rimorsi. Lo dimostra il finale raggelante del già citato “L’incubo di Hill House”, lo dimostra la spavalderia tetra di Merricat in “Abbiamo sempre vissuto nel castello”.

Indugiare nelle proprie paure

La paura assume forme precise – una casa, un futuro marito scomparso, un crudele gioco collettivo -, mentre gli elementi sovrannaturali trovano una loro dignità e indagano l’animo umano nel profondo. L’insegnamento che se ne trae, allora, è quello di indugiare nelle proprie paure, elevarle invece che fuggirne il più lontano possibile. Come fanno, del resto, anche i cittadini di “La lotteria”, il suo racconto più famoso: radunati nella piazza principale, sguazzano nella paura, la temono eppure rimangono fermi a perpetrare un rito tanto oscuro quanto spaventoso.