"21 lezioni per il XXI secolo" è un libro sulla consapevolezza - Recensione

“21 lezioni per il XXI secolo” è una guida alla consapevolezza

Redazione Centodieci

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 “Stiamo correndo nella direzione sbagliata”. A dirlo è Yuval Noah Harari, storico e saggista israeliano considerato da molti il guru dei nostri tempi, in un’intervista a Sky Tg24. Un avvertimento con cui l’autore dei saggi Sapiens, Homo Deus e del più recente 21 lezioni per il XXI secolo aggiunge un’ulteriore lezione sui pericoli dell’innovazione tecnologica non regolamentata e di un progresso senza freni. A due anni dall’uscita del suo ultimo libro (edito da Bompiani), Harari condanna le scelte politiche ed economiche delle principali potenze mondiali: dalla corsa all’intelligenza artificiale che vede contrapporsi Usa e Cina, all’immobilismo dei governi contro l’emergenza climatica, fino al pericolo di una guerra nucleare. Le altre 21 lezioni per affrontare il presente sono contenute nell’ormai celebre saggio che affronta i temi più importanti del nostro secolo: dalla tenuta della democrazia, alla crescita delle disuguaglianze, dai cambiamenti del mondo del lavoro, alla necessità di puntare sulla formazione. 

Un libro per ritrovare la consapevolezza

Stravolgimenti economici e sociali che hanno relegato l’uomo ai margini della società, invece che renderlo protagonista. “Molte persone a Birmingham, Istanbul, San Pietroburgo e Mumbai sono solo vagamente consapevoli, oppure non lo sono affatto, della crescita dell’intelligenza artificiale e del suo potenziale impatto sulle loro vite – scrive Harari – ma senza dubbio la rivoluzione tecnologica prenderà slancio nei prossimi dieci anni e metterà l’umanità di fronte alle più grandi difficoltà che abbia mai incontrato.” Leggendo Harari si può cadere nell’errore di pensare che questo pensatore indugi nella retorica della contro-innovazione. Ma non è così. La tecnologia non è di per sé né buona né cattiva secondo lo scrittore. Spetta all’uomo decidere come utilizzarla. E’ l’essere umano del XXI secolo, quindi, il vero oggetto della critica di Harari. È la sua inconsapevolezza l’unico vero pericolo da cui il saggista ci mette in guardia.

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24 Luglio 2020 | Arte e Cultura

La tecnologia può “salvarci”? Dipende da noi “Se passiamo da guidatori umani a veicoli senza pilota potremmo salvare probabilmente 1 milione di persone all’anno. Analogamente, l’intelligenza artificiale e la bio-tecnologia, insieme, potrebbero garantirci una sanità migliore e meno costosa rispetto al passato” spiega l’autore nell’intervista. Ecco perché il suo ultimo libro, come suggerito dal titolo, più che un’invettiva sui mali del nostro secolo, è innanzitutto una risorsa per chi cerca soluzioni a una crisi umanistica di perdita di valori, di conoscenza e di controllo dell’uomo sulla propria vita. 

Il pericolo dell’irrilevanza

Il principale pericolo dei nostri tempi, spiega Harari nell’intervista, è l’irrilevanza. “Nel XX Secolo il grande problema era: che succede se vengo sfruttato da una multinazionale o un governo potenti?  Ora il pericolo principale è che succede se divento irrilevante? Se non avranno più bisogno di me?” commenta Harari, che chiarisce: è l’irrilevanza a rendere l’uomo impotente: “È molto più difficile combattere l’irrilevanza, piuttosto che lo sfruttamento. Quando sei sfruttato, almeno c’è chi ha bisogno di te – che lavori in fabbrica o che presti servizio in esercito. Ma quando sei irrilevante, perché c’è una macchina che fa tutto meglio di te, allora a stento puoi ribellarti. Perché non hai potere”. 

L’identità, la consapevolezza di se stessi e la crescita personale diventano quindi l’unica ancora di salvezza per orientarsi in un mondo in costante cambiamento.