Per la crescita e lo sviluppo dell’Italia, l’istruzione è la strategia vincente

Per la crescita e lo sviluppo dell’Italia, l’istruzione è la strategia vincente

Stefano Monti

Economista ed Imprenditore. Ha fornito consulenza economica e finanziaria a Pubbliche Amministrazioni ed Imprese. Fornisce competenze, in Italia e all’estero, di management, di advisory e di posizionamento strategico...

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per la vita.
Nella sua semplicità, questo famoso aforisma contiene una delle più valide suggestioni che si possano fornire alla nostra classe dirigente.
A pensarci bene, infatti, questa frase contiene un indirizzo fortissimo di gestione e crescita per un Paese: la crescita non arriva attraverso il sostentamento, ma attraverso una serie di misure che consentano ai cittadini di “migliorare” la propria condizione in modo stabile.
In una società come la nostra, questa condizione si può raggiungere soltanto attraverso una politica che presenti, nel medio periodo, una crescita in termini di formazione e di specializzazione delle risorse umane, associata, ovviamente, a una parallela strategia che consenta a tali risorse di essere allocate in modo dignitoso nel mondo del lavoro.
Certo, non è facile, ma non esiste altra strada.
Il mondo è percorso da processi evolutivi e innovativi rapidissimi: digitalizzazione, automazione dei lavori manuali, crescente specializzazione dei fattori produttivi ed incremento della competitività internazionale.
L’Italia si affaccia su questo scenario con una condizione strutturalmente precaria: se da un lato il nostro Paese ha assunto, nella storia, un ruolo centrale all’interno delle nazioni sviluppate (come si diceva un po’ di anni fa), la dotazione attuale mostra connotazioni sempre più labili.
Facciamo un piccolo quadro generale: in Italia, il PIL (vale a dire il Prodotto Interno Lordo) è diminuito nell’ultimo decennio, il livello di occupazione negli ultimi 15 anni è aumentato meno di un punto percentuale, la bilancia demografica è in negativo (inclusi i flussi di immigrazione) e l’età media continua a crescere.
In pratica, siamo un Paese che invecchia, che produce meno che in passato e nel quale è sempre più difficile trovare un’occupazione stabile.
Nulla di irreparabile, sia chiaro. L’occupazione può riprendere a crescere con il miglioramento delle condizioni economiche congiunturali, e da ciò il saldo demografico può solo avere un impulso positivo. In più, l’invecchiamento della popolazione può portare ad un maggiore numero di persone in età pensionabile e ad un “ricambio” lavorativo che può agire in modo positivo nei prossimi dieci anni.
Resta, in sottofondo, un andamento in qualche modo più preoccupante (anche se non rientra tra gli indicatori che i telegiornali mostrano ogni giorno): in Italia, solo 40 persone su 100 leggono un libro in un anno, e “valutando la spesa pubblica per istruzione sia rispetto al Pil, sia rispetto alla spesa pubblica totale, l’Italia si colloca agli ultimi posti delle classifiche europee e dalla crisi del 2007-08 in poi il divario con le medie UE si sta allargando” (Calumi, 2019).

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13 Dicembre 2019 | Arte e Cultura

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12 Dicembre 2019 | Crescita

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11 Dicembre 2019 | Arte e Cultura

Il ricordo di quel giovedì nero degli anni ‘20

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10 Dicembre 2019 | Crescita

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09 Dicembre 2019 | Crescita

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06 Dicembre 2019 | Crescita

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05 Dicembre 2019 | Crescita

Phoebe Waller-Bridge, da autrice e sceneggiatrice ad attrice

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04 Dicembre 2019 | Crescita

In questo scenario, dunque, risulta fondamentale riuscire a creare una strategia che porti l’Italia ad essere nuovamente competitiva sui mercati internazionali: investire nella crescita delle prossime generazioni è determinante per la nostra produttività futura e favorire il consumo culturale è un fattore che non può che generare dei ritorni positivi non solo in termini di welfare e di benessere dei cittadini, ma anche in termini di produttività e di diversificazione delle attività produttive (soprattutto nel ramo dei servizi).
Sarebbe importante che i governi attuali e futuri garantissero, per le prossime generazioni, un Paese che possa competere sullo scacchiere globale al meglio delle proprie potenzialità.
Non esistono, ovviamente, ricette precompilate, ma è indubbio che una tale strategia debba perseguire almeno tre obiettivi principali:

Firma di un protocollo di lungo periodo tra i partiti politici

La prima e più importante conquista sarebbe quella di studiare un piano di formazione di lungo periodo che riesca ad unire tutte le forze politiche in campo. Questo potrebbe consentire la realizzazione di un programma di lavoro che superi il limite temporale della legislatura, incrementandone quindi gli effetti sulla popolazione.

Incremento dell’efficacia delle politiche di incentivo all’imprenditorialità

La realizzazione di una serie di misure che mettano i neo-laureati o i laureandi in condizione di avviare la propria idea imprenditoriale, sia attraverso le strutture universitarie (spin-off) sia in modo autonomo. Nel primo caso, si potrebbe intervenire riducendo il peso economico che gli atenei giocano all’interno degli spin-off, e nel secondo, si potrebbe andare ad incidere sulle politiche di investimento in start-up da parte dei privati (prevedendo una congrua semplificazione dei costi della burocrazia).

Aumento della desiderabilità sociale della cultura

Differentemente dagli altri, il terzo obiettivo è di natura prettamente culturale. SI tratta di immaginare un Paese in cui la cultura torni ad essere un elemento fondante, presentando un modello che superi il divario, che si sta manifestando in modo sempre più prorompente, tra gli “intellettualismi da salotto” e una sorta di “orgoglio” dell’ignoranza, in cui le persone si sentono legittimate e orgogliose di non conoscere un congiuntivo. E questo è un obiettivo che ognuno di noi può e deve concorrere a raggiungere.
Utopie?
Solo fino a quando non inizieremo davvero a lavorare.