Cosa possiamo imparare da Steve Jobs - Centodieci

Cosa possiamo imparare da Steve Jobs

Matteo Muzio

Giornalista professionista, è nato a Genova nel 1985. Ha scritto di economia, di cultura e di attualità per il Foglio, Il Secolo XIX, IL mensile del Sole 24 Ore, il Fatto Quotidiano e per Linkiesta....

Un giovane figlio adottivo di una coppia nata nella California anni ’50. Questo era Steve Jobs, prima di diventare il fondatore di Apple e uno dei più grandi esempi di imprenditore visionario degli ultimi 50 anni. La sua esistenza è uno dei molti esempi di ascesa dalla povertà alla ricchezza tipica della letteratura popolare americani di inizio Novecento. E nella sua vita si possono prendere degli spunti utili anche per vivere al meglio ogni giorno:

1-Ripartire dopo i fallimenti

Jobs non si è mai fatto scoraggiare dai suoi insuccessi personali. Che sono stati numerosi. A cominciare dal suo ritiro dal Reed College, a cavallo tra 1972 e 1973. Durante la permanenza all’università fa uso di droghe, tra cui l’Lsd. Molte persone in quel periodo si perdono e vivono una vita senza obiettivi, lavorando alla giornata per sopravvivere. Lo fa anche Steve Jobs, ma riesce a trovare un lavoro all’Atari e a risparmiare per un viaggio in India. Dopo sette mesi trascorsi in Asia, riesce a capitalizzare anche l’uso di Lsd. “Una delle migliori decisioni che ho mai preso nella mia vita” dirà anni dopo, senza dubbio per la fervida immaginazione scaturita da quell’esperienza. Un altro fallimento arriva quando dopo aver fondato la Apple insieme al suo socio Steve Wozniak il 1° aprile del 1976. Nel 1985 ha un conflitto con l’amministratore delegato John Sculley, che aveva ingaggiato due anni prima strappandolo alla Pepsi con la frase “Vuoi vendere acqua zuccherata per il resto della tua vita o un’opportunità per cambiare il mondo?”. Ma è Sculley a vincere e buttare fuori il fondatore, forse ritenuto limitato nella sua visione manageriale rispetto all’esperto ceo. Ma anche qui Jobs non si perde d’animo e fonda una nuova azienda, NeXT. E per quanto le vendite dei loro computer non abbiano mai superato le 50mila unità, il sistema operativo NeXTSTEP, estremamente versatile, rende la nuova società appetibile per Apple. Che compra la società con Jobs dentro nel 1997. Sculley era andato via nel 1993 e nel giro di quattro anni l’azienda di Cupertino era a rischio di bancarotta. Con il ritorno di Jobs alla testa, le cose cambiano. Come poi è andata, già lo sappiamo.

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31 Luglio 2020 | Centodieci

2-Non temere i monopoli

Quando il fondatore di Apple si affaccia sul mercato, senza titoli o altro, il mercato è già occupato da alcuni attori come Atanri o Ibm. Internet, invece, era ancora un monopolio dei militari con il nome di Arpanet. Ma comunque nel 1977 presentò un nuovo microcomputer alla West Coast Street Faire. Era l’Apple II, un computer molto più piccolo di quelli proposti dalla concorrenza, che veniva ancora dal modello dei grandi calcolatori. Ma riuscì comunque ad affermarsi per le sue doti di leggerezza e maneggevolezza. E nel 1984 sfruttò la data, coincidente con l’omonimo libro di George Orwell, per lanciare uno spot durante il Superbowl con una donna colorata in canottiera che con un martello spezzava un megaschermo grigio, che rappresentava l’Ibm allora dominante. Infine, lo slogan, “Think different” che avrebbe accompagnato l’azienda a sconfiggere quei colossi. E quando nel 1997 rientra, sfida un altro monopolista che si era affermato nel corso del decennio, quella Microsoft che con il sistema operativo Windows sembrava prevalere nella scelta dei consumatori in modo irreversibile. L’anno dopo lancia il suo primo iMac, un pc fisso totalmente brandizzato Apple, senza componenti esterni che potessero venire da Microsoft. Sappiamo che questa sfida a suo modo è stata vinta.

3-Andare dove nessuno era mai stato prima

Negli ultimi anni prima della sua scomparsa Jobs lanciò dei nuovi prodotti che andavano oltre il concetto di pc o di laptop. Già nel 2001 un device come l’iPod rivoluzionò il modo di sentire la musica, facendo rinascere il concetto di walkman degli anni ’80. Il 12 giugno 2005 alla consegna dei diplomi all’Università di Stanford durante un discorso molto lungo nel quale trattava spesso il tema che “sarebbe morto presto” (dal 2003 sapeva di essere affetto da un tumore del sistema endocrino) usò la famosa espressione “Rimanete affamati, rimanete sciocchi”. Questa frase spesso si è prestata non solo a traduzioni improprie, ma poche volte è stata compresa appieno. Lo possiamo fare solo se ci colleghiamo a una sua citazione precedente: nel corso un’intervista a Playboy Usa nel febbraio 1985 Jobs disse “Se avessimo chiesto a Bell “Cosa potremmo fare con il telefono?”lui forse non ci avrebbe saputo rispondere”. Lui lo sapeva eccome invece, dato che quando lanciò l’iPhone due anni più tardi. E anche se qualcuno all’epoca commentò “In fondo è solo un telefono”, sarebbe diventato un oggetto di culto, invadendo una nicchia che finora era occupata dai Blackberry.