La compassione è un muscolo che si può allenare - Centodieci

La compassione è un muscolo che si può allenare

Anna Fata

Esperta di Comunicazione e Copywriting del benessere. Si occupa di Comunicazione integrata su carta, Web e Social su temi di salute, benessere alimentazione, psicologia dal 1998. Ha scritto migliaia di articoli,...

Alla maggior parte di noi può sorgere in modo istintivo, quando si osserva una persona in difficoltà, partecipare al suo dolore e magari agire per cercare di alleviarlo, laddove possibile. Ci capita vedendo un film, così come concretamente nella vita quotidiana. La compassione è una predisposizione per certi versi intrinseca, istintiva che fa parte della nostra umanità.

A volte la sofferenza dell’altro può apparire ai nostri occhi talmente intensa che ci troviamo nella necessità di distogliere lo sguardo, oppure allontanarci. Altre volte, invece, nelle cosiddette professioni usuranti, come può essere nel caso di un medico del pronto soccorso o di una operatrice di una casa di riposo per anziani o disabili, avere a che fare con l’allenamento costante delle proprie doti di compassione ed empatia può fare sorgere vere e proprie forme di burnout.
Cos’è la compassione? Si può allenare? Come è possibile esercitarla, senza esserne travolti? Proviamo a rispondere.

Cos’è la compassione

La compassione è un moto dell’animo che porta a sentire i mali e le sofferenze altrui come se fossero le proprie. Da essa sorge l’empatia, cioè la comprensione istintiva e affettiva dell’altro, scevra da qualsivoglia giudizio di valore. L’altro viene accettato per quello che è e che sta vivendo.
La compassione sorge istintivamente in modo particolare nei confronti delle persone che percepiamo come simili a noi. Ha a che fare con l’altruismo, il perdono, la consapevolezza, il senso di comunione, di appartenenza, l’armonia, la gentilezza. Comporta mettere da parte desideri di rivalsa e di vendetta.

Si differenzia dalla pietà in quanto la compassione è un moto del cuore, una manifestazione dell’immedesimazione con l’altro, mentre la pietà è una serie controllata di pensieri che porta a restare distaccati dagli altri. La compassione induce ad avvicinarsi agli altri e a cercare di alleviare i loro dolori, la pietà, invece, stimola ad allontanarsi per schermarsi dalle sofferenze altrui che rievocano le proprie e dalle quali ci si vuole difendere.

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Da cos’è composta la compassione

La compassione consta di tre componenti principali:

  • Emozionale: è un’emozione che sorge quando vediamo qualcuno soffrire e genera una forte reazione nel sistema cerebrale collegata al benessere
  • Cognitiva: comporta prestare attenzione alla sofferenza degli altri, valutarne l’intensità e riflettere sulla nostra capacità di intervenire in modo efficace
  • Comportamentale: implica impegnarsi in modo consapevole per fare qualcosa al fine di alleviare le sofferenze altrui.

Essere compassionevoli pare che sia molto benefico per la salute in quanto attiva i centri del piacere del cervello, suscita gratificazione, benessere, felicità.

Come allenare la compassione

Allenare la compassione è possibile. In una recente ricerca pubblicata sulla rivista Frontiers in Psychology si è riscontrato che a livello neurocerebrale potenziando la compassione diminuiscono le risposte dell’amigdala, la zona del cervello deputata gestire le emozioni e in modo particolare la paura. Sono sufficienti due settimane di pratica della Meditazione, in modo particolare la Meditazione sulla gentilezza, per rendere le persone meno a disagio, più accorate, empatiche, compassionevoli quando osservano delle immagini di individui che soffrono.
Grazie alla tecnologia basata sul tracciamento oculare si è visto che le persone sono meno propense a distogliere lo sguardo di fronte ad immagini di dolore e che la loro amigdala è meno reattiva rispetto a quella di coloro che non praticano la Meditazione.

In una precedente ricerca condotta da Helen Y. Weng e Colleghi nel 2013 si era capito che le persone possono imparare a regolare le loro emozioni di fronte a coloro che soffrono, in modo da poterle aiutare, evitando di distogliere lo sguardo o passare oltre. La compassione, quindi, già allora appariva come un muscolo che si può allenare.
Le ricerche successive, condotte tramite il tracciamento oculare, confermano che nei nostri occhi si rispecchiano i sentimenti che proviamo. Allenare la compassione si riflette anche nel corpo, negli occhi e nel modo in cui essi focalizzano l’attenzione.

Il training per la compassione

Il gruppo di ricercatori guidati da Helen Weng presso il Center for Healthy Minds (https://centerhealthyminds.org/) ha creato una Meditazione apposita per lo sviluppo della compassione, dell’altruismo, che si ispira alla nota Meditazione dell’amore e gentilezza (https://ggia.berkeley.edu/practice/compassion_meditation). Va praticata 30 minuti al giorno per due settimane.
Si esercita focalizzando l’attenzione sul ritmo del respiro, visualizzando persone per le quali si prova compassione, amore, gentilezza. Le persone a cui ci si rivolge sono: quelle amate, se stessi, individui neutrali, nemici, tutto il genere umano. Si ripetono alcuni mantra basati sull’augurio di gioia, serenità, libertà dalla sofferenza. Si conclude il tutto restano alcuni minuti in silenzio con il cuore aperto e ricettivo.

Per concludere: considerati i benefici per la propria salute, le relazioni affettive, i rapporti professionali che la coltivazione della compassione può comportare, forse può valere la pena dedicare qualche minuto al giorno ad essa.