Non esistono destini segnati – Cosa imparare da Jeff Bezos

Non esistono destini segnati – Cosa imparare da Jeff Bezos

Matteo Muzio

Giornalista professionista, è nato a Genova nel 1985. Ha scritto di economia, di cultura e di attualità per il Foglio, Il Secolo XIX, IL mensile del Sole 24 Ore, il Fatto Quotidiano e per Linkiesta....

L’uomo più ricco del mondo, il fondatore del più grande sito di acquisti online Amazon e il proprietario del Washington Post. La sua parabola umana mostra come si possano imparare delle buone pratiche di vita da chi, partendo da un contesto familiare non semplice, è andato lontanissimo.
Vediamo quali sono gli stimoli che la vita di Bezos ci manda per migliorare la nostra.

1-Le idee semplici hanno un immenso potenziale. Basta svilupparle.

Quando ha lanciato Amazon il 5 luglio 1994 Bezos aveva un compito abbastanza essenziale: soddisfare una delle esigenze di sua moglie Mackenzie Tuttle, avida lettrice e insoddisfatta dal servizio delle librerie tradizionali. Così ha ideato Cadabra, poi diventata Amazon. Nel 1998, dato il grande successo di Amazon, ha allargato i suoi servizi ad altri prodotti. E pensare che quando l’azienda è nata c’era già da un annetto un primo libraio antiquario che aveva messo in vendita libri rari e antichi. Bezos non si è fatto scoraggiare e ha saputo superare il suo concorrente. Ma non solo: ha anche anticipato di 4 anni quello che all’epoca era il più grande rivenditore di libri negli Stati Uniti, Barnes & Noble. A differenza di questi ultimi, ha consentito alle piccole librerie di associarsi ai suoi servizi senza perdere la loro identità. E dando anche a loro una grande opportunità di business.

2-Capita di avere dei rimpianti? Minimizziamone gli effetti.

Una delle grandi filosofie di vita del fondatore di Amazon è la cosiddetta minimizzazione del rimpianto. In un’intervista concessa a Wired nel marzo 2018 ha sintetizzato il concetto: “Mi pento di aver lasciato il mio lavoro a Wall Street? No. Mi spiace non esserci stato quando è cominciato il boom di Internet? Sì”. Mentre Bill Gates, Linus Thorvalds e Steve Jobs erano già bene avviati coi loro rispettivi business, Bezos era ancora un dirigente in un fondo d’investimento. Ma non si è perso d’animo. Per tutto il corso degli anni ’90 aveva un’immagine umile e dimessa per potersi concentrare sul lavoro: lavava i panni in ufficio e guidava una vecchia Honda Accord. La sua immagine pubblica era quella di un nerd secchione concentrato sui suoi affari. Ma nei 2000 ha cominciato la sua trasformazione, perdendo peso e facendo palestra e trasformando anche l’immagine di Amazon, da business per nerd a corporation con ambizioni monopoliste. L’apparenza ingannava.

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24 Giugno 2020 | Arte e Cultura

3-Non badiamo alla concorrenza, ma ai consumatori

Un’altra delle regole che ha imposto ad Amazon per sviluppare al meglio il suo business è quello di non concentrarsi su quanto fa la concorrenza ma di pensare in primis a soddisfare il consumatore. Grazie a questo concetto è nato Amazon Prime così come Amazon Fresh: perché non dare al nostro affezionato cliente anche una bella serie tv prodotta da noi e magari dandogli anche il cibo con cui prepararsi la cena? L’ultima novità, in questo senso, è stato il lancio di un brand di vino a marchio Amazon. Le prime recensioni, pur non essendo lusinghiere, di sicuro non faranno desistere l’azienda dalla nuova avventura. Del resto, anche nel 2017 Amazon Fresh smise di consegnare in ben sei stati, tra cui la California. Adesso ha ripreso l’espansione e l’ultima città raggiunta dalle verdure fresche dell’azienda è San Antonio, in Texas.

4-Non esistono destini segnati. Si può sempre invertire la tendenza.

Nel 2013 Bezos ha comprato dalla famiglia Graham l’intero Washington Post, insieme ad alcuni quotidiani locali. Sembrava follia pura, parte della sua trasformazione (in parte anche fisica) in tycoon insensibile e un po’ fuori dalle righe, investire così tanti soldi in un business come quello di un quotidiano. Ma Bezos ha pensato che attraverso un’adeguata trasformazione digitale si potesse ricreare quel rituale quotidiano di leggere il Washington Post come un tutt’uno anzichè una serie di storie individuali scollegate tra di loro. Grazie a un ampio investimento, il WaPo ha ricostruito da capo le sue piattaforme digitali e i suoi algoritmi per trasformarsi compiutamente in una media company, che punta molto sugli abbonamenti digitali, dal costo non troppo esoso: soltanto 60 dollari all’anno. Dopo tre anni, verso la fine del 2016, il WaPo è ritornato ad essere profittevole. Grazie anche alla sua indipendenza e alla sua capacità di affrontare gli anni della presidenza di Donald Trump senza timore di prendere posizioni forti.