La sostenibilità passa per la rivoluzione della materia

La sostenibilità passa per la rivoluzione della materia

Massimo Temporelli

Laureatosi in Fisica all'Università di Milano, Massimo Temporelli ottiene nel 2000 una borsa di studio presso l'azienda ST Microelectronics, leader mondiale nel settore dei microchip, con la quale sviluppa i percorsi...

Parto da un presupposto: le cose, tutte le cose, hanno un contenuto e una forma. Questo vale sia per le cose intangibili, sia per le cose tangibili, dalle opere d’arte agli oggetti di uso quotidiano. Io, qui, mi voglio occupare di oggetti fisici, gli oggetti che usiamo tutti i giorni, proponendo un modo nuovo, alternativo, affascinante e soprattutto possibile di progettarli, produrli, consumarli e smaltirli. Quella che condivido con voi è una proposta ambiziosa, ma in un’epoca in cui tutti parlano di sostenibilità e tutti urlano lo slogan #plasticfree, mi sembra giusto provarci.

Ma torniamo alla questione forma e sostanza, declinandola sugli oggetti che ci circondano: la sedia su cui siete seduti o le scarpe con le quali camminate sono oggetti fisici, fatti di atomi (la sostanza). Questi atomi poi sono stati assemblati e sono tenuti insieme assecondando una certa forma. A ben pensarci però, non sono tanto gli atomi a fare la differenza nella sedia o nella scarpa, che in fondo sono praticamente gli stessi (polimeri plastici), ma piuttosto come questi sono legati insieme, ovvero la struttura che formano. E così, se in altri casi sarei portato a dire che la sostanza è informazione, nel caso degli oggetti fisici mi sento di poter affermare, invece, che la forma è informazione. E quindi possiamo dire che gli oggetti fisici sono informazione. Questa affermazione è una conquista importante, anzi importantissima. Infatti, come sapete, che tra il 1970 e il 2010, durante la Terza rivoluzione industriale (Industry 3.0), abbiamo imparato a digitalizzare, elaborare e trasmettere via internet ogni tipo di informazione: i quotidiani, la musica, i film, i libri, le immagini… tutto è stato digitalizzato e così sono nate nuove prassi sociali e antropologiche di consumo di questa informazione.

Ora, nel 2020, nel pieno della Quarta rivoluzione industriale (Industry 4.0) è giusto chiedersi: cosa succederebbe se digitalizzassimo l’informazione con cui costruiamo e assembliamo gli atomi per produrre gli oggetti fisici?

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19 Maggio 2020 | Centodieci

Proprio così, una volta digitalizzata quell’informazione, potremmo elaborarla, editarla e trasmetterla via Internet alla velocità della luce, come abbiamo fatto con i quotidiani, la musica e i film negli scorsi anni.

Ma mentre nella rivoluzione digitale degli scorsi decenni erano i computer e gli smartphone a ricevere e a riprodurre i file digitali delle informazioni, in questo caso saranno le macchine per la manifattura digitale 4.0 (si pensi alle stampanti 3d) a riprodurre, o produrre, l’oggetto fisico, partendo dall’informazione digitale. Con questi nuovi strumenti e questo nuovo approccio potremmo davvero ripensare totalmente la filiera del prodotto. Una ri-progettazione davvero più sostenibile. Così:

  1. Il designer progetta l’oggetto fisico su piattaforma digitale (software di modellazione 3d), lasciando addirittura alcuni parametri aperti, permettendo al cliente finale di interagire con il progetto digitale per personalizzarselo. (Co- design)

  2. Che il designer lavori come freelance o come professionista di un grande brand, i prodotti disegnati vengono stipati in una libreria digitale e non in un luogo fisico (tipo magazzino). Questo permetterà di risparmiare su lotti minimi, affitti, riscaldamento ed energia elettrica.

  3. Dall’altra parte della filiera, il consumatore sceglie il prodotto, o meglio la versione digitale dell’informazione di quel prodotto.Sulla piattaforma digitale di acquisto può, come detto, customizzare il suo bene fisico, in funzione delle sue esigenze.Finita questa fase e avvenuto l’acquisto, l’informazione dal server del designer o del brand, viaggia via Internet, senza limiti di tempo e spazio. È importante notare che a viaggiare è l’informazione e non la materia. Questo porterà a ridurre lo spreco di energia per il trasporto.

  4. Infine, una volta che l’informazione è recapitata al cliente finale, la produzione del bene fisico avverrebbe nel centro di manifattura digitale più vicino (un negozio, un laboratorio, una fabbrica), preservando e arricchendo la forza produttiva locale di ogni territorio.Questo è un altro aspetto, non meno importante, della parola sostenibilità.

  5. Come corollario di tutto questo, potremmo anche pensare che il riciclo dei beni fisici possa avvenire direttamente in città, trasformando la materia di cui sono fatti i diversi oggetti, ormai a fine vita, in materia nuovamente pronta per diventare un altro oggetto da produrre nelle stampanti 3d. Sarebbe una circular economy a km zero, con grandi impatti positivi per la sostenibilità delle nostre azioni e produzioni industriali.

Insomma, pensare agli oggetti come informazione e alla produzione di questi come una questione digitale potrebbe portare vantaggi enormi, soprattutto per un Paese come il nostro. Anche se tutto questo sembra un sogno irrealizzabile, molte città in Europa stanno sperimentando queste nuove prassi nel contesto del progetto Fab City che, sposandosi con il contesto più ampio delle smart city, promuove un nuovo atteggiamento al consumo, ridisegnando molte delle prassi sociali oggi conosciute. Questa potrebbe davvero essere una bella rivoluzione.