Pensieri d'arte - Lucio Fontana, bucare la tela come atto infinito

Pensieri d’arte – Lucio Fontana, bucare la tela come atto infinito

Gian Luca Bianco

Ho scelto di me una fotografia non posata, perché considero l’imprevedibilità della vita la sua anima fondamentale. Mi preparo molto, amo studiare, mi piace approfondire qualunque argomento che riguarda l’essere umano, le relazioni con l’insieme e con la natura. Sono sfacciatamente curioso di ogni espressione artistica, scientifica, tecnologica, filosofica, creativa e allo stesso tempo mi piace dimenticare ogni cosa appresa per immergermi nell’esistenza e vivere in libertà lasciandomi sorprendere e cercando di cogliere le opportunità che mi raggiungono. Sono regista, un’etichetta che vuol dire tutto e nulla, mi piace pensarmi essere umano di passaggio sulla terra insieme ad altri 7 miliardi 380 milioni di persone. Mi appassionano le storie. Mi piace raccontarle attraverso le immagini, la musica, le parole, i suoni, il silenzio. Ho prodotto e diretto film, realizzato eventi, creato relazioni, scritto soggetti, format e pubblicato un libro, vissuto in luoghi diversi del pianeta, eppure ogni giorno mi sveglio con il desiderio di imparare a ricercare la bellezza come se nulla fosse accaduto prima.

Diviso tra l’Italia e l’Argentina, Lucio Fontana sviluppa la sua arte anche grazie al padre, scultore. Sin da subito è attratto al concetto di spazio, ed è lì che concentra i propri studi e le sue domande artistiche.

Lucio Fontana ha sempre sfruttato ogni scoperta per evolvere, quasi come uno scalino per salire e approfondire ancora di più la sua investigazione. È così che ha fuso spazialità e pittura, bidimensionalità e tridimensionalità, avanguardia e storia dell’arte. Nel 1947 infatti prende il via la sua analisi sullo spazialismo, iniziato con il Manifesto bianco, scritto l’anno prima, una specie di “bozza” del Manifesto spazialista fondato a Milano nel 1948.

Il punteruolo sarà il suo pennello e gli permetterà di bucare la tela facendo passare l’infinito attraverso i buchi. Lucio Fontana non distrugge la tela, ma cerca un modo per cercare l’unione tra finito e infinito.