Pensieri d'arte - L'arte rivoluzionaria di Marina Abramovic - Centodieci

Pensieri d’arte – L’arte rivoluzionaria di Marina Abramovic

Gian Luca Bianco

Ho scelto di me una fotografia non posata, perché considero l’imprevedibilità della vita la sua anima fondamentale. Mi preparo molto, amo studiare, mi piace approfondire qualunque argomento che riguarda l’essere umano, le relazioni con l’insieme e con la natura. Sono sfacciatamente curioso di ogni espressione artistica, scientifica, tecnologica, filosofica, creativa e allo stesso tempo mi piace dimenticare ogni cosa appresa per immergermi nell’esistenza e vivere in libertà lasciandomi sorprendere e cercando di cogliere le opportunità che mi raggiungono. Sono regista, un’etichetta che vuol dire tutto e nulla, mi piace pensarmi essere umano di passaggio sulla terra insieme ad altri 7 miliardi 380 milioni di persone. Mi appassionano le storie. Mi piace raccontarle attraverso le immagini, la musica, le parole, i suoni, il silenzio. Ho prodotto e diretto film, realizzato eventi, creato relazioni, scritto soggetti, format e pubblicato un libro, vissuto in luoghi diversi del pianeta, eppure ogni giorno mi sveglio con il desiderio di imparare a ricercare la bellezza come se nulla fosse accaduto prima.

L’infanzia di Marina Abramovic è segnata da un’istruzione molto severa, sia per i suoi genitori, ma anche per l’impostazione del paese in cui è nata: la Belgrado della vecchia Jugoslavia di Tito. L’espressione artistica di Marina Abramovic è il risultato di una enorme consapevolezza: quello di potere fare arte non soltanto in studio, ma ovunque e con qualsiasi cosa. È per questo che si avvicina alla performing art e all’utilizzo del corpo come strumento artistico, che negli anni Cinquanta aveva iniziato a prendere piede a livello di sperimentazione e di avanguardia. Ma sarà proprio Marina Abramovic con il suo lavoro a consacrarla. Per lei infatti sin da subito diventa cruciale la relazione tra pubblico e artista, un’unione fondamentale che, se sola e non in costante dialogo con l’altra, è resa inutile.

La sua arte è trasporto emotivo, lo stesso che la ha unita dal 1975 con Ulay, compagno di vita e di creatività artistica con cui per dodici anni crea e rivoluziona l’arte contemporanea. Anche la loro relazione è oggetto d’arte. La sua fine, ad esempio, avviene con una performance sulla Muraglia Cinese.