A partire dal 6 maggio, presso la sede di Banca Mediolanum di Palazzo Biandrà a Milano è possibile visitare la mostra Anima e Corpo, Sei sculture di Arturo Martini a cura di Nico Stringa. Un viaggio tra le opere dell’età matura di uno dei più grandi scultori italiani: tra terracotta, creta e bronzo, il visitatore viene trascinato “dolcemente ad assaporare il profumo dell’anima che il corpo sigilla e conserva intatta e intangibile”.

Tra le opere in esposizione, una delle più celebri: Fecondità, l’opera più legata alla sua idea del “grembo plastico”. La scultura, realizzata in gesso patinato a terracotta, raffigura il corpo di una donna come in un momento di trance, di inconsapevolezza, di sogno che sta per finire ma che non è ancora propriamente un risveglio. Fecondità si discosta dal contesto degli artisti suoi coetanei che a quel tempo si impegnavano in una sorta di riscoperta e di ritorno al Museo; è una sorta di amuleto d’età arcaica profondamente ispirato a Gauguin, con il quale Martini aveva già dichiarato una profonda affinità. La seconda tappa del viaggio, porta il visitatore a esplorare un’altra scultura di grande rilievo, Fanciulla col passero in bronzo centenario che riprende un tema già presente in un’opera dei suoi esordi e i motivi decorativi dei piatti popolari dell’Ottocento: il visitatore viene conquistato immediatamente dallacompostezza della figura che, con le braccia conserte, trattiene il silenzio che avvolge questa giovinetta assorta nei suoi pensieri. L’ineffabile Pastorello cattura lo sguardo dei più: grazioso e leggero, è però un’opera difficile da datare e potrebbe appartenere alla mano della seconda metà degli anni Venti oppure a metà anni Trenta. Il Torso di Giovinetto e San Giovannino, le due opere a seguire, sembrano a una prima occhiata profondamente antitetiche: nella prima scultura, il corpo è ridotto a guscio, scorza, involucro tagliato due volte e svuotato (ma meglio sarebbe dire: riempito di vuoto); nel secondo il confine tra spazio e corpo risulta in perfetto equilibrio. Proprio questa seconda scultura esprime la sfida antimonumentale dello scultore nel momento in cui era sempre più coinvolto nelle opere per il regime: proprio in quella fase, Martini vuole mettere in evidenza la necessità della misura, del ritmo, delle proporzioni, nel pieno rispetto della tradizione rinascimentale. San Sebastiano, una delle ultime creazioni martiniane in terracotta, appartiene al periodo artistico finale di Arturo Martini: tra il 1946 e il 1947 l’artista modella una serie di opere di piccole e medie dimensioni ispirate a tematiche religiose e mitologiche. Di queste sculture, una cosa è certa: l’artista manipolava la creta non prima di averla infagottata con panni umidi, così da evitare il contatto diretto delle sue mani con la superfice che egli voleva fosse quasi intonsa, appena accennata nei passaggi delicati, come se essa si fosse espansa autonomamente, senza l’intervento sensibile dell’autore.

Un percorso sensoriale, volto alla scoperta degli ultimi 20 anni di carriera di Arturo Martini: un viaggio spazio-temporale che, grazie alla rappresentazione precisa di corpi e anime, porta il visitatore a scoprire un artista che nel momento finale della sua carriera riesce a trovare il perfetto equilibrio tra spazio e vuoto, tra corpo e contesto ritrovando, in tutto questo pensiero, un ideale punto d’incontro tra antico e moderno.