Ci fu un tempo, circa cinquecento anni fa, in cui le città italiane rivaleggiavano in meraviglia e stupore. Era il tempo in cui l’innovazione tecnologica era tutt’uno con la sperimentazione artistica in un’incessante ricerca di perfezione e bellezza.
Per averne contezza basta recarsi a Mantova in un giorno qualsiasi, purché non di lunedì, quando i giacimenti d’arte, impianti che dovrebbero lavorare 7 giorni su 7, sono inevitabilmente chiusi. A Mantova ci attende un amico in particolare. Il suo nome è Giulio Pippi de’ Jannuzzi, ma è ricordato col suo nome d’arte: Giulio Romano, nato a Roma nel 1499. Vi aspetta, ovviamente non di lunedì, a Palazzo Te, la straordinaria “casa di piacere” progettata da Giulio tra il 1524 ed il 1530 per il Duca di Mantova Federico II Gonzaga. Il nome non deriva dalla bevanda di origine orientale, ma dal luogo in cui è stato l’edificio è stato costruito, un “tiglieto” (bosco di tigli) che gli sbrigativi mantovani abbreviano in “Te”. L’edificio originario era poco più che una stalla che Giulio Romano trasformò in una residenza sontuosa, la cui architettura è palesemente ispirata alle ville di Roma antica.

Palazzo Te è un grande palazzo a pianta quadrata costruito attorno ad un cortile centrale e comprende anche un piccolo giardino interno (l’Appartamento del Giardino Segreto) che il signore di Mantova usava come residenza intima e privata. Costruito nell’arco di un decennio e terminato nel 1534, il palazzo rispondeva a molteplici funzioni: allo svago unisce l’ospitalità e la rappresentanza. Varcata la soglia, la meraviglia attende il visitatore sotto forma di affreschi di gusto manierista che decorano gli ambienti nei quali lo spazio architettonico è reso grandioso da effetti speciali ottenuti raffigurando in modo grottesco figure deformate. Un approccio sperimentale che abbandona la logica e la razionalità rinascimentale e si prefigge di provocare lo stupore e la meraviglia dello spettatore. Una pittura incredibilmente teatrale che racconta storie di personaggi mitologici e di animali fantastici inseriti in paesaggi bizzarri, il frutto della fantasia di Giulio Romano che si rifà alla tradizione così detta “grottesca”. Sono dette “grottesche” le immagini ispirate dalle pitture murali di età imperiale romana, un repertorio che divenne ben presto una diffusa tendenza decorativa.

Terminata la visita a Palazzo Te vi attende la città di Mantova di cui Giulio Romano divenne ben presto “prefetto delle fabbriche dei Gonzaga” e “superiore delle vie urbane”, ovvero il sovraintendente di tutte le produzioni artistiche della corte. Giulio Romano fu dunque il pittore e l’architetto il cui gusto decorativo e l’amore per la meraviglia contribuirono a diffondere la cultura manierista nelle corti europee.

L’inevitabile domanda retorica che ci accompagna ogni volta che ci immergiamo nella sapienza trionfale del passato è sempre la stessa: a che serve la bellezza? Guardo l’oggetto con cui ho composto questo testo, il mio strumento di lavoro quotidiano. Non conosco il luogo in cui è stato prodotto e assemblato; di certo so che è stato pensato in California da animi nutriti d’amore per il bello e il sorprendente. Una scuola di pensiero che ha attraversato lo spazio e il tempo. Con la cultura non si mangia, affermano in molti. È vero il contrario.