Se ripenso alle volte che quasi mi sono sentito in colpa perché trasportato da un irrefrenabile bisogno di ascoltare un disco più di ogni dovere o necessità incombente, questa esperienza mi aiuta a comprendere che la musica può essere considerata non solo come un hobby, che va ben oltre alla classificazione che si può trovare negli scaffali di un negozio di dischi, virtuale o non,  ma, ad esempio, come una necessaria “sostanza” che può influenzare e completare le nostre funzioni vitali o addirittura attenuare il dolore. Quindi può essere una necessità biologica avere voglia di ascoltare musica o amarla in modo viscerale.

Il primo a sorprendersi di quanto successo è stato proprio Emiliano. Biologo piemontese con la, ormai non più segreta, passione per la musica decide di fare un regalo “circolare” a sé stesso e ai suoi amici: incidere le sue composizioni preferite al pianoforte e raccoglierle su un cd da regalare agli invitati della festa del suo quarantesimo compleanno. Emiliano ricorda: “ho condiviso la mia parte più intima, più fragile, che erano le mie composizioni, che nessuno aveva mai ascoltato. Queste persone le hanno fatte sentire in ambito ospedaliero, in sala operatoria o in ostetricia o durante l’accompagnamento di un morente; in ambito assistenziale ed educativo, dicendomi che aveva degli effetti importanti sulla salute delle persone che la ascoltavano.

Il compimento dei 40/42 anni rappresenta spesso un passaggio rivoluzionario nella vita di una persona. Sembra essere così anche per Emiliano che, in corrispondenza di questo evento, abbandona la sua attività in laboratorio, e inizia a suonare in giro per il mondo, affiancato da illustri scienziati, raccontando di questa unione tra scienza e musica. Un bell’esempio, se vogliamo, di come l’integrazione delle nostre competenze e passioni, possa proiettarci verso la nostra unicità e una spontanea originalità. Tornando a “Translational music”, la laurea in scienze biologiche di Emiliano lo spinge a indagare quali siano i motivi di questa “reazione” all’ascolto dei suoi brani. Scopre che l’accordatura a 432hz, quella che gli aveva suggerito un pianista toscano, “umanizza il suono del pianoforte”. Sin dai tempi di Giuseppe Verdi esistono discussioni su quale sia la “migliore” da utilizzare benché a oggi sia stata uniformata a 440Hz. Il motivo è noto grazie a diversi studi, secondo i quali le frequenze emesse dalle nostre cellule, con le quali esse comunicano tra di loro e con l’esterno, sono molto simili agli armonici che si sprigionano con il suono di uno strumento accordato a 432 hz. Questo permette al nostro cervello e alla nostra fisiologia di riconoscerle più facilmente. Il tutto però non può prescindere da una performance o una scrittura guidata da una intensa emotività, come quella che Emiliano ha trasmesso nelle sue composizioni. La consacrazione scientifica avviene nel novembre 2020 quando è invitato a suonare in una sala operatoria… durate un intervento.

 “Ho suonato con il mio pianoforte a coda, di 500 chili, dentro la sala operatoria di Ancona, per un bambino sottoposto ad una duplice asportazione di un tumore al midollo. I medici hanno verificato che il bambino, nonostante fosse in anestesia totale, percepiva quando la musica terminava o ricominciava leggendo il suo elettroencefalogramma (…) e poi, questo si sapeva già, ma è stato ulteriormente riscontrato dall’anestesista e dello strumentista, che con la musica in sala, è stato utilizzato meno anestetico del solito.”

Mi rimane un ultimo quesito: cercando di capire la provenienza di questa combinazione sonora di note, della quale anche Emiliano mi confessa essere sorpreso, mi chiedo se nasca prima la musica che genera un’emozione o l’emozione che genera la musica.

Vi sono molti studi incentrati sulla ricerca della nascita della musica, ma non vi è ancora una data. L’impressione diffusa è che ci sia sempre stata, sia in natura, sia dentro di noi. “Migliaia di anni fa gli sciamani avevano scoperto che la musica era fondamentale come guarigione, non solo come divertimento, poi ce ne siamo un po’ dimenticati, ma oggi è proprio la scienza che riporta il valore della musica (…) Translational music significa un mare di stelle sotto un cielo di musica, quindi l’ho sempre immaginato come un dialogo tra piani paralleli. Un piano: quello delle cellule, delle emozioni, più chimico che, grazie alla musica, che per me fa da ponte, ci permette di accedere a un altro piano, più alto, leggero, spirituale per poi tornare al primo con la musica che lavora di nuovo su altre cellule e così via”.

Qualunque sia la sua provenienza sta diventando sempre più scientifico il valore della musica e della sua stretta relazione con le emozioni umane: una miscela che crea un carburante in grado di produrre la giusta energia, decisamente eco-sostenibile, per il motore più importante: il nostro cuore.