Non è esagerato, anzi è assolutamente centrato pensare e scrivere che l’atletica leggera sia uno degli sport migliori per metaforizzare la vita. Differentemente dalle discipline di squadra, ogni atleta è solo con sé stesso, deve contare sulle proprie forze e su nient’altro, a meno che non si tratti della staffetta; al contrario di quanto avviene nell’automobilismo o nel tennis, con le racchette, non ci sono supporti e/o interstizi tra il corpo e la prestazione, tutto dipende dalla propria abilità, dal proprio fisico e dalla propria mente; infine, c’è un confronto crudele con il tempo e con i propri limiti, per cui il risultato di un salto o un lancio o una corsa deve essere sempre superiore rispetto agli ultimi tentativi, ma anche rispetto a quelli degli altri. I Mondiali che si stanno svolgendo a Doha, in Qatar, offrono dunque uno spaccato fedele dell’esistenza di ognuno di noi, ci mostrano lo sport per quello che dovrebbe essere e fare, sempre: invitare alla crescita, ispirare il progresso personale nel proprio percorso di professionisti e quindi anche di esseri umani.

Il caso di miglioramento più fragoroso e significativo, anche perché ci riguarda da vicino, è quello di Filippo Tortu.

Il velocista milanese, già primatista italiano sui 100 metri, è riuscito a battere ogni suo primato precedente, entrando nella storia dell’atletica leggera del nostro Paese. La finale raggiunta nella gara più famosa e attesa – un italiano non raggiungeva l’ultimo atto iridato dei 100 metri dall’edizione del 1987, quando a riuscirci fu il romano Pierfrancesco Pavoni – è solo l’ultimo atto di una carriera in ascesa, che l’aveva già visto diventare il primo italiano ad abbattere il muro dei 10 secondi. Il settimo posto nella gara vinta da Christian Coleman non è un insuccesso, piuttosto un invito a credere in una crescita finora straripante, e che potrebbe portare Tortu a essere protagonista ai massimi livelli ancora per moltissimo tempo – un’ipotesi realistica, del resto Filippo ha solo 21 anni. Il fatto che questa grande affermazione sia arrivata a meno di un anno dai Giochi Olimpici di Tokyo carica di ulteriori significati un risultato già storico, già indimenticabile.

Sifan Hassan, invece, ha interpretato la crescita e il miglioramento personale come differenziazione, come ampliamento delle proprie possibilità.

La mezzofondista di nazionalità olandese – che però è nata su suolo etiope, per la precisione ad Adama –, ha deciso di candidarsi come regina di Doha, nel senso di protagonista assoluta di questa edizione dei Mondiali: pochi mesi fa ha battuto il record del mondo sul miglio, ora ha deciso di provare a portare due vittorie su tre nei 1500 metri, nei 5000 metri e nei 10mila metri. Il percorso è iniziato benissimo, con il successo sulla distanza più lunga, colto con la miglior prestazione mondiale stagionale (30:17.62). Un successo storico, che può essere visto come un esempio che arriva dallo sport e ispira la vita di tutti i giorni: c’è sempre tempo per ampliare il perimetro dentro il quale muoversi, non bisogna mai porsi limiti, anzi è fondamentale porre gli obiettivi sempre un po’ più in là, magari anche dove pensavamo non si potesse arrivare.

È lo stesso principio che muove Aikaterini Stefanidi, astista greca reduce da un incredibile filotto di successi.

Ha conquistato il titolo di campionessa europea ad Amsterdam 2016 e quello di campionessa olimpica alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nello stesso anno, a questi successi vanno aggiunti l’oro mondiale a Londra 2017 e un altro oro europeo a Berlino 2018. Stefanidi è già considerata all’unanimità la più grande sportiva ellenica di ogni tempo, eppure è in Qatar per consolidare il suo dominio nel salto con l’asta femminile, e per provare ad alzare l’asticella. In senso metaforico e figurato, ma anche reale. L’ultimo grande obiettivo della sua carriera potrebbe essere il record mondiale stabilito dal mito Elena Isinbaeva, prima donna di sempre a superare quota 5 metri. A 29 anni, Stefanidi coltiva ancora ambizioni diverse, ha già raggiunto l’eccellenza ma vuole fare di più, vuole andare oltre sé stessa. L’approccio più giusto per un’atleta professionista, per un atleta amatoriale, per chiunque, nello sport come nella vita quotidiana.

di Alfonso Fasano