Oggi più che mai viviamo in un mondo popolato dall’apparenza, dalla forma spesso fine a se stessa, del “volere è potere”, dell’essere spietati, arrivisti, del primeggiare, del sovrastare il prossimo, del dimostrare a tutti i costi il proprio potere, i successi, i possedimenti, le conquiste.

Ho fatto, possiedo, quindi sono. Questo potrebbe essere uno dei motti che più ci rappresenta.

Questa filosofia di vita va molto di pari passo con il mito attualmente in auge: quello dell’autostima.

Esistono oggi molti corsi, percorsi, libri, articoli che ci insegnano cosa sia l’autostima, come e perché dovremmo coltivarla.

Cos’è l’autostima

Secondo Treccani l’autostima si può così definire: “Considerazione che un individuo ha di sé stesso. L’autovalutazione che è alla base dell’autostima può manifestarsi come sopravvalutazione o come sottovalutazione, a seconda della considerazione che ciascuno può avere di sé, rispetto agli altri o alla situazione in cui si trova. Di norma l’autostima viene meno negli stati di depressione, mentre si rafforza negli stati maniacali”.

E’ una dimensione soggettiva basata sulla osservazione, consapevolezza, valutazione di sé, autopercezione; è dinamica, mutevole nel tempo e nello spazio. Si fonda su elementi cognitivi, emotivi, affettivi, sociali, influenza ed è influenzata dai rapporti interpersonali.

L’autostima è il risultato della discrasia che può esistere tra il sé ideale e quello che è reale, con cui si deve fare costantemente i conti. L’immagine ideale può rappresentare un valido sprone alla crescita e miglioramento di sé e della propria esistenza, ma può diventare un limite estremamente frustrante se gli ideali, le aspettative, gli obiettivi sono molto elevati e difficilmente raggiungibili.

La frustrazione dell’autostima

Oggigiorno il confronto con gli altri è costante, come si può anche riscontrare nell’ampio e diffuso fenomeno dei Social network. Siamo costantemente osservatori e osservati, giudicanti e giudicanti. Questo ci espone alla necessità, più o meno conscia e pressante, di fare bella figura, di mettere in luce il nostro sé migliore, e al tempo stesso biasimare l’altro per le sue falle, cercare di emularlo quando lo ammiriamo, o, al limite, invidiarlo e distruggerlo se sentiamo di non poterlo raggiungere.

Il mito dell’autostima così come si è configurato attualmente è uno dei più deleteri, dolorosi e distruttivi che spesso contribuisce a rovinarci letteralmente la vita. Oltre a pensieri e comportamenti talora distruttivi, anche le emozioni e i sentimenti concomitanti non sono da meno: frustrazione, rabbia, odio, rancore, insoddisfazione, disagio, dolore, depressione, ansia, possono essere assai intensi e pervasivi.

Ignorare questi stati d’animo o sopprimerli può essere controproducente: quanto più ci si sforza di non pensare a qualcosa, di non alimentarla, di nascondere o non ascoltare un sentimento, tanto più questo si insinua e diventa insistente.

Perché l’autostima può essere deleteria

L’eccesso di attenzione e accento che oggi si pone sull’autostima, quindi, può essere altamente deleteria sostanzialmente per 4 motivi:

1. L’autostima implica continui giudizi

L’autostima ci obbliga ad una esistenza basata continuamente sulla osservazione, monitoraggio, controllo, valutazione di sé e degli altri. Questo atteggiamento impedisce una esistenza fluida, spontanea, empatica, genuina, autentica, ma impone di essere sempre misurati e accorti su ogni cosa in merito a sé e agli altri.

Ne risulta una esistenza molto faticosa in cui si finisce con il limitare e il limitarsi e con il pregiudicare anche il buon funzionamento delle relazioni. Tutti vengono valutati alla luce di un presunto metro giudizio interiore e possono essere meglio o peggio di noi e noi di loro.

Tale disposizione porta a classificare le persone in base a delle etichette, a incasellarle, e non permette di vederle per quello che sono realmente, che in genere eccede ogni classificazione per forza di cosa statica e limitata.

Rapportarsi a se stessi e agli altri implica osservazione non giudicante, accettazione, compassione, empatia e valorizzazione delle differenze, a prescindere da quali possano essere.

2. L’autostima si fonda troppo sulla razionalità

Poiché ogni elemento che si osserva, di sé e degli altri, viene sottoposto a valutazione, gli elementi cognitivi e razionali rivestono un grande ruolo all’interno dell’autostima.

Gli aspetti emotivi restano sullo sfondo, non vengono percepiti, o se tali, vengono accantonati, distorti, ignorati, svalutati, ma in quanto forme di energie continuano ad agire sullo sfondo, al di là di ogni controllo e chi ci sta di fonte, consciamente o meno, li percepisce.

Le emozioni, infatti, ci forniscono proprio le energie per agire e non dare abbastanza spazio alle emozioni può portare ad azioni inautentiche, che non ci rappresentano e che non permettono di coltivare rapporti umani autentici, profondi e cordiali.

3. L’autostima ci soggioga agli altri

Quando facciamo dipendere la nostra autostima prevalentemente dal giudizio altrui ci mettiamo letteralmente in balia loro, deleghiamo a loro il nostro valore. Questo ci costringe a ricercare costantemente il loro consenso, l’approvazione, l’accoglienza, l’accettazione, spesso inducendoci ad essere e ad agire in modo non del tutto consono a quello che siamo e sentiamo veramente.

In realtà, numerose ricerche nel campo della Psicologia Positiva ci insegnano che la persona veramente realizzata, soddisfatta, felice è quella che si sente libera di essere pienamente se stessa, di mettere a frutto le proprie potenzialità, per se stessa e per la comunità di cui è parte.

4. L’autostima ci sfinisce

Se, nella migliore delle ipotesi, nella nostra esistenza riusciamo ad essere in linea con le aspettative che la nostra autostima ci prescrive, se siamo le persone che crediamo di voler essere, se raggiungiamo tutti gli obiettivi che pensiamo di prefiggerci, paradossalmente alla lunga ci rendiamo conto che non possiamo fermarci, che non siamo mai soddisfatti, che non basta mai, che aleggia una costante frustrazione, disagio, inquietudine di fondo.

E’ come se qualcosa fosse sempre fuori posto, come se fosse necessario sempre compiere un passo in più per il traguardo finale, come se, forse, sotto sotto, in verità, non si fosse mai del tutto all’altezza.

Questo vissuto di fondo, percepito più o meno chiaramente, ci obbliga ad un lavorio dentro e fuori pressoché infinito che alla lunga rischia di diventare divorante e autodistruttivo.

L’autostima non fa lavorare meglio

Come se non bastasse spesso facciamo dipendere la nostra autostima dai successi professionali, illudendoci che titoli, prestigio, benefit, stipendi possano contribuire a colmare le nostre presunte lacune interiori.

Tale atteggiamento ci spinge ad agire di continuo e alla lunga ci espone al rischio di burnout. Nella psicologia clinica si è visto che il burnout comporta un aumento esponenziale del rischio di suicidio e in questi casi si riscontra un calo considerevole proprio dell’autostima.

Di pari passo, specie in ambiente lavorativo, il perfezionismo concomitante ad alti modelli di sé ideale possono suscitare ampia frustrazione, ansia, attivismo, perché induce a perseguire obiettivi talmente elevati da risultare irraggiungibili. Paradossalmente, tale disposizione interiore, anziché migliorare le performance e la produttività, le riduce e le peggiora. Alla lunga può suscitare senso di impotenza, frustrazione, rabbia, vittimismo, auto ed etero distruzione.

Il mito dell’autostima, quindi, tanto celebrato e osannato anche in ambiente aziendale, pare essere molto più limitato e, al limite, ostacolante e distruttivo di quanto si possa credere.

Come vivere bene, nonostante i miti dell’autostima

Oggi vivere in un mondo che valorizza molto l’apparenza, le performance, la competizione, il successo porta quasi inevitabilmente a spostare continuamente l’attenzione da sé agli altri.

Per evitare di soppesare costantemente la propria persona e la propria esistenza così come quelle altrui sarebbe opportuno astenersi dall’applicare rigide etichette, classificazioni, e, invece, comprendere, accettare e valorizzare maggiormente le differenze.

Forse più che sull’autostima potrebbe essere più opportuno concentrarsi sul concetto di fiducia, nelle proprie e altrui potenzialità, in modo da fare emergere da sé e dagli altri il meglio che si possiede e metterlo a servizio di sé e della comunità. Questo atteggiamento permetterebbe a tutti di esprimersi, rendersi utile, realizzarsi, essere soddisfatti e sentire di avere un ruolo e uno scopo nella società e nella vita.