Il cibo nello spazio ha sempre avuto un’importanza cruciale nel sostentamento degli astronauti in missione. Mangiare sospesi fra le meraviglie dell’universo significa, in circostanze di microgravità, rifocillarsi, certo, ma anche portare avanti esperimenti scientifici la cui portata si estende ben oltre le contingenze e le necessità operative.

Negli anni, lo spazio ha permesso di sperimentare tecniche di preparazione e conservazione in ambienti estremi, e di lavorare dalla Terra su prodotti alimentari che potessero essere consumati in piena sicurezza sulle stazioni orbitanti. Ma anche di testare metodi di coltivazione che possano essere utili sul nostro Pianeta. Metodi, detto altrimenti, che facciano della sostenibilità uno dei cardini dell’alimentazione di domani.

Per questo quello tra il cibo e l’universo è un rapporto di discendenza, perché sinonimo di energia e vita. E non è un caso che una sezione della mostra GUSTO! Gli italiani a tavola. 1970-2050, allestita all’M9 – Museo del ‘900 di Venezia Mestre fino al 25 settembre, sia dedicata allo space food, nella sua accezione più ampia. Che significa non solo rimandare alle pietanze dei nostri pellegrini cosmici, ma anche rimandare ai tanti e sempre più numerosi progetti che, fra lo spazio e la Terra, fanno del cibo il cardine di uno sviluppo possibile e via via necessario.

GUSTO!, la prima di esposizione di una trilogia dedicata alle passioni italiane, è curata dalla scrittrice e giornalista Laura Lazzaroni e da Massimo Montanari, docente di Storia dell’alimentazione all’Università di Bologna. Con Valentina Sumini, space architect e Research Affiliate al Mit Media Lab di Boston, nell’ambito del Responsive Environment Research Group and Space Exploration Initiative, chi scrive queste righe ha avuto l’onore di co-curare la sezione Il gusto del futuro, dedicata a come mangeremo da qui a dieci, cinquanta, cento anni.

Per gentile concessione di Marsilio editore, si riporta di seguito un estratto dal catalogo della mostra, dedicato alla sezione spaziale. Con l’intento di raccontare come e perché occuparsi di cibo extra-atmosferico significhi prendersi cura di ciò che mangiamo e mangeremo qui, sul nostro Pianeta.

Space food: oltre l’ultima frontiera

DI VALENTINA SUMINI ED EMILIO COZZI

Cocoa Beach, Florida, 22 marzo 1965.

Tutto ebbe inizio da Wolfie’s, un locale che preparava panini piuttosto celebri dalle parti della base di lancio Nasa a Cape Canaveral, l’immensa area allestita qualche anno prima e nota come Kennedy Space Center. 

Proprio da Wolfie’s, Walter Schirra, l’unico astronauta che avrebbe preso parte a tutti e tre i programmi di volo destinati alla Luna – il Mercury, il Gemini e l’Apollo – si procurò uno degli, a suo dire, ottimi sandwich al pastrami del menu. La sua intenzione era farne omaggio al collega John Young, di lì a poche ore pronto ad accomodarsi nella capsula della missione Gemini 3 per essere lanciato oltre l’atmosfera in compagnia di Virgil “Gus” Grissom, un veterano dello spazio. 

Schirra non immaginava che Young, il sandwich, se lo sarebbe infilato in una tasca della tuta spaziale, senza dirlo agli uomini del Centro Controllo Missione, con l’intenzione di condividerlo in orbita con Grissom. Cosa che puntualmente successe: poche ore dopo il lancio, fra lo stupore collettivo, Young addentò il panino.

Dalle registrazioni negli archivi Nasa sono percepibili il nervosismo di Grissom e del Mission Control: già dopo il primo boccone, le briciole presero a galleggiare in microgravità, con il rischio di insinuarsi, compromettendoli, fra i circuiti e i meccanismi di bordo.

Di certo la cosa indispettì non poco gli alti ranghi della Nasa e alcuni membri del Congresso.

Sebbene senza ripercussioni sulla carriera extraterrestre di Young, scomparso il 5 gennaio del 2018 dopo essere stato uno dei soli 12 uomini ad aver calpestato il suolo lunare e aver legato il proprio nome anche al debutto dello Space Shuttle, lui e Grissom furono accusati di avere messo a rischio una missione costata milioni di dollari ai contribuenti. Furono anche criticati per avere sottovalutato l’importanza dei test sul cibo sperimentale progettato dall’agenzia, che fu comunque assaggiato durante le cinque ore trascorse in orbita bassa.

Quando la caponata arriva in orbita 

Dalla trovata di Young, a onor di cronaca nata proprio per canzonare la qualità dello space food in quell’era pionieristica, le cose sono cambiate. Oggi il cibo è parte integrante e protocollo standard (curato dalla Nasa e dall’agenzia spaziale russa, la Roscosmos) delle lunghe permanenze al di là del cielo. Lo dimostra anche l’articolata fase preparatoria – dai food testing al Centro Astronauti di Colonia alla non banale logistica dei lanci – in cui eccelle l’italiana Altec, società fondata dall’Agenzia spaziale italiana (Asi) e da Thales Alenia Space, specializzata, dai tempi di “Esperia”, la missione di Nespoli del 2007, anche nel cosiddetto bonus food, cioè le pietanze personalizzate per gli astronauti europei, pensate per arricchire i menu russi o americani e per corroborare psicologicamente i pellegrini extraterrestri. Un’operazione non di rado effettuata in collaborazione con chef rinomati, come capitò quando con Altec lavorarono Davide Scabin o Stefano Polato, oppure quando Luca Parmitano, durante la missione “Volare” del 2013, gustò una caponata preparatagli da Filippo La Mantia e una selezione di cioccolato artigianale curata da Guido Gobino. Un’operazione che sarà puntualmente riproposta anche nella prossima missione di Samantha Cristoforetti, che con l’equipaggio di cui sarà comandante, dal prossimo aprile, condirà i pasti con quattro monocultivar di extravergine di oliva italiani nell’ambito di un progetto (scientifico) realizzato dall’Asi con il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), Coldiretti e Unaprol (il Consorzio Olivicolo Italiano), monitorandone la resa organolettica eventuali modifiche strutturali.  

Lo space food oggi è parte integrante della vita spaziale, ma non solo perché gli alimenti, ovvia base della sussistenza, vengono ormai accordati alle esigenze operative o scientifiche di ogni missione – si pensi alle diete per i test sulla osteoporosi cui si sono sottoposti proprio Nespoli e Parmitano – e, nel limite del possibile, ai gusti degli astronauti; è il futuro del cibo tout court, quello preparato e consumato ogni giorno sul nostro pianeta, a non poter più prescindere dalle tecnologie e dalla scienza sviluppate oltre l’atmosfera.

Come sa ogni marinaio (l’astronave, non è che la declinazione cosmica dell’imbarcazione e gli astronauti, all’inizio scelti fra i migliori piloti militari, sono i nuovi “marinai”), è vitale imparare a “fare cambusa”, provvedersi scorte di acqua e di cibo. Nel caso, organizzarsi per trovarlo, oppure produrlo durante il viaggio. 

Agli inizi, la cambusa di questi nuovi marinai era drammaticamente “arida”: disponeva dello stretto necessario, ma tutto era trasformato, ridotto a un’”idea” astratta e asettica di cibo.

Se John Glenn nel 1962 era accompagnato da un tubetto di purea di carne e vegetali, la cambusa di Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla scialuppa del Lunar Module Eagle all’allunaggio comprendeva un sistema di idratazione, con acqua calda o fredda, di cibo disidratato e confezionato in buste. Tra i vari alimenti, anche un cocktail di gamberetti, da assaporare tramite un’apposita “cannuccia”.  

Oggi, dopo più di mezzo secolo, la Stazione spaziale internazionale (la Iss) “fa cambusa” periodicamente, grazie alle navette cargo Soyuz e ai vettori di SpaceX, pronti a rifornirla di quanto necessario alla sopravvivenza dei suoi tre, sei (o in qualche caso anche sette) marinai orbitali. La qualità del cibo è migliorata, si è imparato a ottenere un caffè in condizioni di microgravità – merito della ISSpresso, frutto di un’avanguardistica partnership commerciale fra la torinese Argotec e Lavazza – e non sono mancate nemmeno meravigliose pizze preparate e gustate a 400 chilometri dalla Terra, con la salsa di pomodoro usata a mo’ di “collante” per evitare che acciughe e olive fluttuassero libere, come le briciole del sandwich di Young. 

Se la filiera si sposta off planet…

Il vero futuro è però nelle visioni associate a programmi come Artemis, il cui scopo sarà tornare sulla Luna per restarci (almeno per tre o sei mesi), o alle ipotizzate missioni su Marte, giocoforza di lunga durata (almeno due anni con gli attuali sistemi propulsivi).

In questi casi “fare cambusa” diventa più complicato quando non impossibile, a meno di non disporre – ma sarebbe più appropriato dire “inventare” – un sistema di produzione in situ. Per missioni di lunga permanenza nello spazio sarà fondamentale avere una qualità di vita e una possibilità di riconnessione con l’habitat terrestre superiore a quella attuale. Il cibo non potrà che costituirne un elemento fondamentale.

È con questo approccio che si studiano serre dalle tecnologie più diverse (idroponiche, aeroponiche, acquaponiche) installabili, per esempio, sulla Luna o sulla rossa superficie marziana. Moon Reef, un progetto sviluppato al Politecnico di Milano, analizza sistemi aeroponici per una coltivazione di lattuga sul suolo lunare utilizzando la struttura stessa del lander. MarsGarden, uno dei progetti vincitori della Nasa Big Idea Challenge 2019 realizzato dall’Alta Scuola Politecnica e Mit, propone un’infrastruttura a supporto del progetto di insediamento della Nasa in grado di ospitare una serra idroponica a sviluppo verticale utilizzando l’acqua presente su Marte. 

L’attenzione non è solo agli aspetti funzionali, ma anche alla fruizione, al modo in cui gli ambienti possano riprodurre su mondi diversi dal nostro un micro-habitat terrestre. E, a partire dai prodotti di queste serre, organizzare spazi e soluzioni tecnologiche in cui si possano elaborare anche cibi complessi, capaci di soddisfare le esigenze nutrizionali di una dieta rigorosa e al contempo di consentire ai marinai cosmici di colmare il gap con casa, e ritrovare l’identità terrestre all’interno di un contesto “alieno”.

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Non saremo mai abbastanza riconoscenti alle ormai centinaia di piloti, scienziati, tecnici che si sono messi in gioco “for all mankind”: i loro esperimenti sul cibo risulteranno utilissimi… Comunque ancora oggi il pane nello spazio è usato con cautela: Young sorriderebbe sapendo che si preferiscono ancora razioni non lievitate, come piadine e tortillas. Tutto merito (colpa?) del suo sandwich.