Quanti elenchi abbiamo letto di professioni che saranno cancellate dai robot, verranno algoritmicamente uberizzate, spariranno per l’attacco dell’invincibile armata di app + start up + digitale? Infiniti. L’approccio con cui generalmente sono realizzate queste indagini estemporanee, al netto della necessità impellente di creare la notizia “il robot sconfigge il lavoratore” sognando l’avverarsi di profezie alla Asimov, ha alcuni denominatori comuni. Per esempio:
– per capire quali professioni saranno investite dalla tecnologia si fa un’analisi tecno-centrica, che parte sempre dal robot, dalla macchina, o dall’ultima novità, quindi se il pc impara a scrivere, chi scrive verrà licenziato, se il robot impara ad operare, il mestiere del chirurgo sarà eliminato;
– in questo genere di analisi il consumatore non viene quasi mai ascoltato o interpellato, ovvero: il paziente se sarà disposto a farsi operare da un robot? Il lettore si fiderà di notizie scritte da un algoritmo?
Il codice dell’efficienza
Per anticipare le innovazioni – buone o cattive – o “leggere” le tecnologie in maniera intelligente, è meglio affidarsi ad altri parametri e altri segnali. Quali?
Oggi i business (nuovi) che funzionano, sono quelli che fanno risparmiare, quindi guadagnare, tempo, spazio, e denaro, e possono riguardare:
– il modo in cui si trovano/acquistano i prodotti;
– la distribuzione dei prodotti;
– le forme di comunicazione breve, immediata, riservata;
– la gestione di parti residue di tempo, di lavoro, di spazi (professionali, commerciali, turistici, privati e pubblici), strumenti di lavoro.
Ciò che accomuna queste ed altre nuove forme di affari è la capacità di portare efficienza, un elemento con due vantaggi oggettivi:
– genera maggiori profitti per chi fa business,
– crea maggior risparmio per il consumatore (oppure una migliore gestione delle sue varie risorse).
Se l’ingrediente dell’efficienza porta a un’offerta nuova, o migliore e ad una domanda più specifica, veloce e razionale, non è merito delle nuove tecnologie, ma di un approccio guidato da due parametri sempre esistiti, che ora, solo grazie alle tecnologie sono valutabili velocemente.
Le debolezze della propria professione
Ogni professionista, ogni dipendente, ogni imprenditore è perfettamente a conoscenza di:
– punti deboli del proprio modello di business che potenzialmente possono affossarlo da un momento all’altro;
– barriere presenti nel proprio lavoro, che ha costruito artificialmente per difendere asset fragili che invece oggi potrebbero essere cancellati, o utilizzati da un concorrente perché ampiamente disponibili sul mercato;
– zone di confort, in cui si fanno soldi facili, in cui si possono gestire i clienti con poco, molto spesso tenendo loro nascosta la ragione di un sovrapprezzo oppure di un margine di guadagno che invece oggi è diventato ampiamente ingiustificato;
– inefficienze, interne od esterne all’azienda, dannose e prolungate nel tempo, magari tollerate anche dal cliente, che riguardano la produzione, i margini di errore, i tempi di consegna, le modalità di comunicazione, la distribuzione, i servizi di manutenzione.
Se prima i tempi, ed i modi con cui il proprio business o la propria professione potevano conservare una buona resistenza rispetto a queste sollecitazioni ed a questi sforzi, oggi accadono due cose, proprio grazie alle tecnologie:
– la resistenza è minore, perché la tolleranza di inefficienze non è più ammissibile (anche per il risparmio imposto dalla crisi);
– può venire a farci concorrenza anche un’impresa di un settore diverso o un professionista di un altro campo (la cd. Sindrome di Uber).
Le necessità del cliente
L’atro parametro chiave con cui misurare la capacità di sopravvivenza della propria attività è la centralità del cliente. Se dovessimo disegnare un bersaglio per le freccette, in quale dei cerchi si troverebbe il nostro cliente abituale? In mezzo o ai lati? Perché, se il cliente sta ai lati:
– non lo conosco,
– lo incontro raramente,
– non ho molte informazioni su di lui,
– non ho una relazione diretta e consolidata con lui,
– non conosco le sua abitudini, le sue esigenze.
E allora c’è una buona probabilità che arrivi un competitor, anche uno sconosciuto, a portarmelo via, e quindi a cancellare il mio lavoro. Oggi l’arrivo di questo nuovo concorrente è reso più veloce ed improvviso grazie al mix di sui sora: app + digitale + software.
Prendiamo un’attività a caso e conosciuta, come quella delle agenzie immobiliari, e valutiamola secondo i nuovi due parametri.
Se il salario è basso, l’inefficienza è elevata, la professione è considerata poco qualificata e c’è una rotazione del personale elevatissima, la colpa è davvero dei portali immobiliari, o dietro c’è dell’altro? Vediamo:
– quanti agenti sono geometri o ingegneri? (la professione non ha degli asset solidi)
– ogni agenzia conosce alla perfezione il mercato in cui opera o spesso sta dall’altra parte della città? (l’attività è inefficiente)
– si è bombardati da proposte di valutazione quando non si cerca casa, e quando serve nessuno si prende in carico le richieste del cliente (la relazione con il cliente è inefficace)
– i tergicristalli delle macchine (di chi non cerca casa) e le buche delle lettere (idem) sono piene di volantini i annunci quando non servono, inquinano, e sprecano spazio (la comunicazione è inefficace).
Prima di drammatizzare e prendersela con i robot e algoritmi è meglio verificare se al centro della propria impresa c’è il cliente e se non ci siano debolezze nascoste e inefficienze conclamate. Solo poi si dà la colpa al web.