Se pensiamo al futuro delle metropoli globali, in quello che oggi è ormai il secolo urbano, ci troviamo di fronte a un apparente paradosso. Da una parte le città evaporeranno rapidamente come soggetto politico e amministrativo unitario: i confini dei comuni come oggi li conosciamo non valgono più, sopraffatti da flussi locali di pendolarismo e da scambi internazionali sempre più intensi. Il concetto di residente sta evolvendo verso forme di meticciato e di uso temporaneo degli spazi civici e anche il potere muta, pensiamo alla stessa figura di vertice. il sindaco, che perde rapidamente di unicità di ruolo, essendo accompagnato nelle sue decisioni strategiche da differenti stakeholder e interessi diffusi.

Viva le città, luoghi dove creatività e interessi individuali si fondono insieme creando benessere collettivo

Dall’altra parte del paradosso le città diventeranno in poco tempo più importanti sullo scacchiere internazionale, confermandosi come luoghi decisivi per affrontare e risolvere le sfide della globalizzazione, dallo sviluppo economico alla lotta al riscaldamento globale, dalla prevenzione del terrorismo alla creazione di contenuti culturali realmente capaci di parlare a tutto il mondo.
Le città dunque sono oggi più influenti che mai, come luoghi di ispirazione e sperimentazione, spazi dove creatività e interessi individuali si fondono insieme creando benessere collettivo. Ma nello stesso tempo sono attori ancora poco strutturati e la ricetta magica del successo di un’area urbana è tuttora oggetto di studio e di ricerca.

Anche l’Italia abbiamo visto può distinguersi e cogliere l’occasione di questo trend mondiale, ispirandosi ai più fortunati casi internazionali per calarli nelle proprie metropoli (e penso a Milano, Torino, Roma, Napoli in primis, anche in vista delle prossime tornate elettorali amministrative).
Abbiamo deciso di analizzare in questi prossimi mesi su Centodieci tre casi per trarre ispirazione e pensare a come migliorare il nostro tessuto economico e territoriale: dopo il caso di Londra oggi parliamo alla California, che si struttura fin dal dopoguerra intorno ai due mega agglomerati urbani di San Francisco e Los Angeles.

Il testo cui ci riferiamo, pubblicato nel 2015, è il saggio di alcuni ricercatori di Stanford (Storper, Kemeny, Makarem, Osman) dall’evocativo titolo La crescita e la caduta delle economie urbane. Lezioni da San Francisco e Los Angeles.
L’assunto di base della ricerca è che, nonostante come sappiamo il mondo ormai sia oggi prevalentemente urbano, le città continuano ad avere livelli assai differenti di sviluppo economico, sociale e culturale. Per esempio lo studio cita che negli Stati Uniti le aree metropolitane registrano differenze di PIL pro capite molto più accentuate che le divergenze segnalate dai diversi stati.
Esemplificativo è il caso delle gemelle californiane: nessuno si sarebbe aspettato negli anni settanta che Los Angeles e San Francisco partendo da analoghi livelli di ricchezza e sviluppo (prima  e quarta rispettivamente tra le città statunitensi) sarebbero nel 2010 arrivate a divergere così fortemente (oggi San Francisco è ancora prima mentre Los Angeles è scivolata al 25esimo posto).
A cosa è dovuta questa differente performance? Cosa possiamo imparare nelle nostre città per replicare i casi di successo ed evitare i fallimenti? Il risultato principale della approfondita ricerca degli studiosi californiani è questo: i processi divergenti di sviluppo delle due città sono dovuti principalmente non a fattori localizzativi – lo sviluppo della new economy per esempio nella Silicon Valley – o strutturali, come il tipo di immigrazione più o meno qualificata o le infrastrutture e i collegamenti aeroportuali, ma al modo differente in cui le due economie hanno strutturato i propri network sociali ed economici, i propri sistemi di formazione universitaria e le proprie strutture di governance politica e istituzionale.

San Francisco è una città vincente perché è riuscita a creare una infrastruttura relazionale forte e competitiva

In pratica la creazione di un ecosistema è stata la vera chiave del successo di San Francisco su Los Angeles, una convenzione culturale, istituzionale ed economica che converge verso uno stesso punto di vista sul mondo, quello che gli autori chiamano “Regional Zeitgeist”: un comune, aperto e condiviso modo di intendere lo sviluppo. I fattori di successo decisivi per la supremazia di San Francisco sono da rilevarsi nella creazione di una infrastruttura relazionale più forte e competitiva. In particolare citiamo tre cortocircuiti positivi: il network tra business e società civile, le relazioni tra industria e università (sia come ricerca applicata che come manager prestati al mondo accademico e viceversa), il crescere di una filantropia collegata alle emergenze territoriali (pensiamo agli homeless per esempio). Nel caso di Los Angeles invece di coalizioni tra attori diversi si sono creati mondi separati, industrie autoreferenziali forse capaci di competere nell’età industriale ma non certo nell’economia di oggi.

Ecco, è proprio questo modo comune di vedere le cose che è assolutamente necessario importare nelle nostre città italiane: il successo di Milano o di Roma sarà sempre di più in un mix informale e condiviso di cosa insieme attori istituzionali, economici e culturali vorranno fare del proprio futuro, coinvolgendo sempre di più tutte le popolazioni e tutte le idee e settori che fioriscono sui territori.