La società del futuro è qualcosa da aspettare con compiacimento, con mente lucida e con terrore. Lo afferma lo psicologo Donald Norman, nel geniale La caffettiera del masochista, testo con quasi vent’anni sulle spalle, eppure attualissimo.
Lo sviluppo delle tecnologie porta sempre con sé ricadute sulla vita quotidiana delle persone, dividendo pubblico e addetti ai lavori tra tecno-entusiasti e tecno-scettici. L’atteggiamento di Norman, che condivido, è a cavallo tra i due estremi, prende in considerazione con la stessa attenzione aspetti positivi e negativi.

Un tempo il dibattito era incentrato sui mass media: in particolare televisione, radio, comunicazione pubblicitaria nascente. Ne nacque un filone narrativo inedito e di grande impatto visionario: la distopia fantascientifica. Per citare i grandi classici: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, Ubik di Philip Dick, ll mondo nuovo di Aldous Huxley, 1984 di George Orwell. Ciascuno di essi prendeva una porzione di futuro possibile e lo trasformava in una realtà disumanizzata e terribile, mettendoci in guardia sui pericoli del domani.

Quante dipendenze e manie il digitale sta impiantando nella vita di tutti noi?

Oggi il nemico dei tecnoscettici ha assunto forme nuove, come sappiamo. Internet, la digitalizzazione, i social media. Non è un caso che i critici si moltiplichino ogni anno e si inizi a parlare di nuova distopia: i romanzi best-seller The circle di Dave Eggers (cosa accadrebbe se una nuova multinazionale tecnologica prendesse il dominio della terra?) e Ready player one di Ernest Cline (cosa accadrebbe se le persone preferissero giocare a un videogioco social anni Ottanta invece che vivere nella realtà?) sono sugli scaffali e negli e-store a dimostrarlo.

Il mio lavoro ha come obiettivo principale la digitalizzazione di imprese e professionisti. Sono evidentemente portato a concentrarmi sulle opportunità di internet. Qui però provo a ribaltare la prospettiva, per fare il punto su dipendenze e manie che il digitale sta impiantando nella vita di tutti noi.

Partiamo dal rapporto che sviluppiamo con il mobile, in particolare gli smartphone. Eccessivo? Ossessivo? Affiorano nuove patologie, o presunte tali, come Nomofobia e Phubbing.

NOMOFOBIA

Il termine Nomofobia – dalla contrazione linguistica NO-MObile-FOBIA – nasce nel 2008 in occasione di uno studio dell’ente di ricerca britannico YouGov, e indica la paura incontrollata di rimanere sconnessi dal mondo, perché privi di cellulare. La ricerca rivelava la dipendenza da cellulare degli inglesi, con uno su due preso dall’ansia se, per qualunque motivo, non riesce a usarlo.
Nel 2012 Lookout, società di sicurezza digitale, rileva attraverso la ricerca Mobile Mindset Study che il 58% degli statunitensi maggiorenni non resta nemmeno un’ora senza controllare il proprio telefonino. Il 54% lo guarda costantemente anche a letto, appena prima di addomentarsi e subito dopo essersi svegliato. Il 40% mentre è in bagno! La possibilità di perdere il cellulare? Porterebbe il 73% degli intervistati nel panico, e il 14% alla disperazione. Uno dei pochi dati controcorrente: il 6% afferma invece che si sentirebbe “sollevato”.
Il cellulare viene utilizzato dal nomofobo più o meno inconsciamente come “un guscio protettivo, uno scudo e come mezzo per evitare la comunicazione sociale”.

Recentemente due studiosi dell’Università di Genova hanno proposto di inserire ufficialmente la Nomofobia tra le patologie dei disturbi mentali. Si tratta a tutti gli effetti di una malattia, e come tale presenta sintomi tipici dell’astinenza. Nei casi più gravi si sono riscontrati attacchi di panico, un consequenziale controllo quasi maniacale del cellulare ad ogni minimo squillo, messaggio o notifica.

Inquietante, ma dannatamente reale. Provate a pensare: vi sentite in difficoltà nel passare un giorno senza il cellulare? E un pomeriggio? E un’ora?
Accettare l’esistenza della Nomofobia significa accreditare, almeno parzialmente, la formula degli scettici che ripetono: passi tempo sul cellulare e non vivi la vita reale. Anzi, lo fai apposta per non affrontarla.

PHUBBING

Il punto di partenza è identico: la “tossicodipendenza” da mobile. Ma in questo caso ci si sofferma sulle conseguenze della vita sociale. Crasi di phone e snubbing (snobbare), il phubbing è l’incapacità di prestare attenzione al mondo esterno e alle persone attorno a noi, anche durante situazioni sociali quali cene e feste.

Un sondaggio condotto dalla McCann Truth Central ha rivelato che un terzo della popolazione britannica ammette di avere tendenze phubber, con oltre un quarto che risponde al telefono durante una conversazione faccia-a-faccia. La stessa inchiesta ha anche evidenziato un 63% di intervistati che confessa di portare il cellulare praticamente ovunque, e un 37% che preferisce passare per phubber piuttosto che non rispondere a un messaggio.
Gli smartphone tendono a filtrare ogni altro stimolo, separandoci dal mondo fisico in modo totale. Di conseguenza, il phubbing è subito diventato sinonimo di cattiva educazione 2.0.

Alex Haigh, studente australiano, nel 2013 si è inventato una campagna che meglio di tanti studi ha interpretato il disagio sociale portato dai phubber nei confronti delle loro “vittime”. Si chiama Stop Phubbing e oltre a rendere consapevoli le persone del problema, offre soluzioni pratiche per riportare sulla retta via i supercafoni da telefonino.
Come? Ad esempio, caricando sul sito ufficiale l’immagine di un phubber vostro amico, inserendola nella “Walk of Shame” (il sentiero della vergogna), e condividendola su Facebook e Twitter.

Si può parlare di una vera piaga sociale digitale: secondo la campagna, in media in ogni ristorante australiano accadrebbero 36 casi di phubbing ogni sera. Scommetto che uscendo a cena lo avete notato anche voi. Sempre che non foste troppo presi dal vostro smartphone per accorgervene.

Nel febbraio 2014 è Coca-Cola a mobilitarsi, lanciando una campagna divertente ma dal retrogusto amaro: Social Media Guard. Il video racconta la soluzione escogitata dal fantomatico “laboratorio analogico di Coca-Coca” per curare i dipendenti da social media e telefonino, ed è assolutamente da vedere.

La campagna Coca-Cola Social Media Guard

La mobile addiction è insomma un tema di grande attualità, tanto che pure un’icona dei nostri tempi, il re degli street artist Banksy, l’ha messa al centro di una sua recente opera.
Nomofobia e Phubbing certo non sono le sole dipendenze digitali che preoccupano, basta pensare a social media, chat e l’ultima star del settore, il selfie…