È stata inaugurata il 20 febbraio presso l’Ufficio dei Consulenti Finanziari di Banca Mediolanum a Brescia, in via Gramsci, la mostra Christo. Oltre la superficie. Come tanti altri progetti di Centodieci è Arte, questa iniziativa ha un alto valore simbolico perché vede nella diffusione capillare di opere di grande valore che raggiungono un pubblico altrettanto vasto la possibilità di ribadire valori culturali molto importanti. “Nel progetto artistico di Christo e della moglie Jeanne-Claude si ritrovano i quattro pilastri, ovvero relazione, innovazione, libertà e impegno, che sono anche alla base dell’operato stesso di Mediolanum”, ha detto per l’occasione Gian Luca Bianco, curatore della mostra
In effetti il percorso artistico di Christo si lega indissolubilmente a quello della compagna e proprio questa unione ha per tutti e due una funzione liberatoria: nati entrambi il 13 giugno 1935, il bulgaro divenuto poi apolide conosce Jeanne-Claude per caso a Parigi, quando lei cerca qualcuno per un ritratto della madre. Da lì scatterà un’intesa che non si spegnerà nemmeno con la morte di lei nel 2009. Ancora oggi il marito continua a portare avanti il loro processo di liberazione artistica: sempre autofinanziatasi, infatti, la coppia ha sempre intrapreso un preciso percorso di opposizione alle logiche mercantili dell’arte, soprattutto quella che dominava gli anni Sessanta e Settanta, ma ancora oggi.
In mostra a Brescia diversi oggetti “impacchettati”, come i Wrapped Magazines in cui s’intravede Claudia Cardinale, ma anche diverse fotografie delle realizzazioni più significative del duo, come la cattedrale di Spoleto tutta avvolta da teli nel 1968. Per Christo “impacchettare” gli oggetti ma anche i monumenti significa non annullarli o nasconderli, bensì sottolinearne la presenza tramite la loro sottrazione, e ancora evidenziarne l’importanza nel luogo in cui sono collocati, dandogli nuova rilevanza e nuovo significato. Ecco che in questo modo ci si avvicina, dice sempre Bianco, a una nuova accezione di utopia: “Leggendolo all’inglese, e richiamando il prefisso greco eu-, utopia diventa così sinonimo non di non-luogo ma di buon luogo”.
In effetti l’azione primaria di questo progetto artistico è sempre stata quella di dialogare con il luogo in cui s’installava, per esaltarne le caratteristiche fisiche ma anche per riaccendere interazioni sociali ed economiche. Dall’imballaggio del monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo nel 1970 o del Reichstag berlinese nel 1995, Christo ha sempre voluto trasmettere delle suggestioni potenti, che stava allo spettatore virare su qualcosa di estetico o ancora di più politico. Ma è un dato di fatto che ovunque siano stati collocati, i suoi interventi abbiano smosso un ritorno anche economico: gli stessi Floating Piers installati nel 2016 sul Lago d’Iseo, il cui ricordo è ancora vivido in tutto il Bresciano, hanno attirato oltre un milione e duecentomila visitatori.
Per questo e molti altri motivi l’impatto di un genio come Christo (e di una mente altrettanto geniale come Jeanne-Claude) si lega a doppio filo a una realtà come Mediolanum. C’è inoltre, ad esempio, il tema della sostenibilità: i due artisti hanno sempre voluto avere il minimo impatto possibile sull’ambiente in cui operavano, arrivando anche a collaborazioni con l’MIT per la messa a punto di materiali eco-compatibili. C’è poi il tema della relazione: il Running Fence del 1970, una barriera di teli lunga 40 chilometri distesa in California, era una smaterializzazione simbolica dei più oppressivi muri divisori di cui si parla tutt’oggi. E infine c’è il concetto di lasciare qualcosa nel futuro ai posteri: la 24sima opera di Christo sarà probabilmente un’enorme Mastaba di barili di petrolio nel deserto di Abu Dhabi. Un’opera conclusiva e finalmente definitiva, dopo tanti progetti volutamente effimeri: una specie di testamento ancora una volta di libertà.