Innovation for dummies: perché innovare spiegato ai politici

L’innovazione spiegata ai politici. Perché o rilanciamo il Paese o… rilanciamo il Paese!

Manuela Arata

Fondatrice e Presidente del Festival della Scienza. Già Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la Fisica della Materia, è stata Technology Transfer Officer al CNR fino al 2013. Esperta nel management...

Perché bisogna spiegare l’innovazione ai politici?
Perché di innovazione si parla oggi molto (troppo), ma per gli innovatori la vita è sempre più dura, soprattutto in Italia.
Perché ci sono concetti, come la Open innovation, che sono di moda ma non tutti ne conoscono il significato e le conseguenze.
Perché oggi l’innovazione si sviluppa soprattutto nelle aree urbane, quelle a maggiore presenza di decisori politici, e perché sta cambiando la geografia del lavoro, come dimostra – numeri alla mano – Enrico Moretti nel suo bellissimo libro La nuova geografia del lavoro.
Perché a tutti piace pensare che l’innovazione porti sviluppo, ma ci sono condizioni essenziali da garantire, senza le quali l’innovazione non fiorisce.

Ci sono condizioni essenziali da garantire, senza le quali l’innovazione non fiorisce

Troppo spesso quando si parla di innovazione nell’ambiente politico si chiama qualche bravo scienziato a dare bella figura di sé invece che parlare degli strumenti e delle condizioni perché la società nel suo insieme diventi innovativa, capace di produrre, percepire e accettare l’innovazione.

Già parecchi anni fa Richard Florida aveva spiegato come l’innovazione sia un processo che si reitera e si allarga se trova un terreno fertile, individuando tre elementi fondamentali da mettere insieme: Talenti, Tecnologia e Tolleranza. Quindi intelligenze e creatività, capacità tecnico-scientifiche (si badi bene, contano molto le capacità tecniche, non basta la scienza) e accettazione delle differenze, meglio ancora se diventa curiosità per ciò che è diverso.
Alle tre T di Florida suggerisco di aggiungerne una che evidentemente lui dava per scontata, ma che in Italia invece va totalmente costruita: la T di Trust, la fiducia. Quella fiducia della pacca sulla spalla con cui bisogna accompagnare chi accoglie la sfida dell’innovazione e si mette in gioco in prima persona, in un sistema difficile come il nostro in cui passare per esempio da ricercatore ad imprenditore è un salto nel vuoto irreversibile.

Quella fiducia nei visionari che la mediocrazia italiota relega al di fuori dei confini della polis cercando di spacciarci la formula magica del piccolo è bello “coltivati il tuo orticello e non pensare grande”.
Quella fiducia nei più giovani che è mancata dal dopoguerra e si è acutizzata nelle ultime due generazioni che si sono mangiate il futuro dei loro figli e oggi fanno finta di volerli aiutare chiamandoli a fare politica invece che ad assumersi delle responsabilità.
L’innovazione va spiegata ai politici perché come sostiene Mariana Mazzucato l’innovazione di fatto la fa lo Stato, e lo Stato e tutte le sue articolazioni sono in mano ai rappresentanti dei cittadini che per loro conto (magari!) fanno politica…
A loro spetta garantire i fattori chiave necessari per l’innovazione, che non sono solo cultura, leadership e fiducia, conoscenze e competenze, ma che comprendono organizzazione e risorse, capacità cooperativa e creativa, trasparenza e comunicazione, impegno e partecipazione.

A Genova abbiamo avviato un ciclo sull’innovazione in città con questi temi, definendo con chiarezza l’innovazione come “Il processo di traduzione di un’idea o di un’invenzione in un bene o servizio che crea valore o per il quale clienti sono disposti a pagare”. Spiegando che l’Innovazione (utile) non è l’Invenzione (unica), ma la contiene e questa ha al suo interno la Creazione (valutabile) cresciuta intorno alla Novità (nuova).
Mostrando la differenza tra Michelangelo e Meucci (creativi) e Leonardo e Bell (innovatori).

Innovare vuol dire organizzazione e risorse, capacità cooperativa e creativa, trasparenza e comunicazione, impegno e partecipazione

Raccontando il processo di Open Innovation nato molti anni fa da una crisi che ha portato le grandi industrie a chiudere i centri di ricerca ed appoggiarsi in outsourcing alle capacità tecniche e scientifiche di altri, a partire dalle Università fino alle piccole aziende spin-off che oggi sono il grande motore dell’innovazione in tutto il mondo. Un processo quindi nato da “ristrettezze” e che è evoluto in un enorme ambiente creativo ricco di contaminazioni, idee e scambi, che con lo sharing delle conoscenze sta producendo anche una nuova sharing economy. Vita dura per quelli che vorranno irregimentarlo, questo nuovo impulso mondiale…

Cercando di cogliere le novità del panorama che abbiamo davanti, sempre più confuso, con innovazioni che non si limitano a percolare dalla grande impresa al suo indotto, o dalla grande infrastruttura ai suoi utenti, o dagli Stati alla ricerca (come avvenne con Arpanet), con gli utilizzatori che oggi producono più innovazione di chi la progetta (non solo nello sport o nella medicina, ma perfino nei semiconduttori), guardando come l’innovazione dall’inventore arriva al mercato attraverso una serie di meccanismi più o meno codificati e attraverso una rete di broker volenti o casuali.
È  bene che i politici lo sappiano, che nel disegnare strategie e investimenti tengano conto che il controllo top down si affievolisce con una rete che collabora, e che le “ventures” non riguardano più i capitali, ma le persone, i cervelli, le idee.