Si può davvero parlare di Generazione Z?

Di cosa parliamo quando parliamo di Generazione Z?

Federico Capeci

Autore del libro #Generazione 2.0 (Franco Angeli, 2014), Federico Capeci è un esperto di comunicazione e ricerche di mercato digitali. È Chief Digital Officer e Ceo di TNS, azienda leader a livello mondiale nelle...

Generazione X, Generazione Y – meglio conosciuti come Millennial – Generazione Z: sarà un bel casino, per la business community, trovare il nome alla prossima generazione…

Da qualche tempo, oramai, si parla con insistenza di Generazione Z, riferendosi ai ragazzi di età inferiore ai 12, massimo 14 anni. Ma sappiamo che non basta l’anagrafe per identificare e definire una generazione. Personalmente, tra l’altro, nutro ancora qualche dubbio sul fatto che questo gruppo di ragazzi sia definibile come una generazione.

Una generazione, infatti, è caratterizzata da 3 elementi:

– è un gruppo di persone nate in un dato arco temporale;

– questo gruppo è stato esposto a specifici eventi di natura sociale o economica, talmente importanti da aver impattato società, economia o cultura;

– inoltre, lo stesso gruppo ha, proprio per le ragioni sopra, una comune visione sul futuro e quindi ha valori condivisi.

La generazione Z, quella dei ragazzi minori di 14 anni, è destinata al “reality check”

Se è facile attribuire alla cosiddetta Generazione Z uno specifico arco temporale di nascita, il grande evento sociale forse manca e di certo si fa fatica – a oggi – a valutare il loro sistema valoriale e la loro visione sul futuro. Non è che c’abbiamo preso gusto con il marketing alle generazioni e quindi ora tendiamo, bulimici di classificazioni e di novità, a cercare “the next big thing” nel marketing? Penso ci sia molto di questo: non è un caso, forse, che vengono spesso chiamati anche “post  Millennial” e definiti come dei Millennial al quadrato. Comunque, in molti degli articoli riferiti a questo tema, mancano dati e ricerche a supporto… articoli che fanno sensazione e incuriosiscono ma che hanno pochi fatto a supporto.

Eppure ci interessano e ci incuriosiscono, di certo non sono banali. Ho una figlia di 8 anni e un maschietto di 3: ascoltarli mentre parlano, vederli giocare, rimanere attonito mentre usano il tablet è la mia quotidianità. In effetti qualcosa di diverso pare lo abbiano.

Ripeto, è presto per gettare dei tratti di questa ipotetica generazione in modo definitivo, dovremmo attendere che crescano ancora un pochino… ma qualche considerazione possiamo già farla. La generazione Z, se avrà un valore rispetto ai Millennial, avrà il valore della consapevolezza: i più acuti osservatori, quelli che non sono interessati a far notizia e che non seguono stereotipi, stanno convergendo su questa potenziale loro caratteristica.

I Millennial, cresciuti e formati nei social media, hanno uno STILE molto dirompente: ritengono di dover socializzare e condividere il più possibile di ciò che sanno, fanno e sono (S.ocialità); credono e sono genuinamente autentici, trasparenti e premiano solo le aziende che lo sono a loro volta (T.rasparenza); seguono i trend del momento e reagiscono a diversi stimoli in modo fenetico e impulsivo (I.mmediatezza);  fuggono, cambiano, si muovono da un posto all’altro, da un contenuto all’altro, da un’azienda all’altra, da un prodotto all’altro senza sentire vincoli e dando feedback ad ogni passo (L.ibertà); vivono esperienze attivando tutti i sensi ed immergendosi nei contesti in modo attivo e proattivo, divertendosi e partecipando (E.sperienza). Sono portatori di valori molto rilevanti e “alti”, quindi, e tutti noi speriamo di essere in grado di valorizzarli e di potergli dare la giusta strada. Tuttavia vi è un rischio: che siano troppo distanti dal mondo attuale, del mondo analogico, vecchio e gerontocratico che li ospita.

La Generazione Z, quindi, destinata al “reality check”, potrebbe essere quella che capitalizza questi valori, scendendo magari di un gradino, prendendo da tutti questi valori la loro declinazione più concreta, quotidiana, raggiungibile, vera. Per questo stanno esplodendo piattaforme come Snapchat proprio presso questa generazione: sono social network che permettono una conversazione, stupida o meno che sia, ma che dura il tempo di una battuta… e per questo – sembra paradossale – vera. Non come in Facebook, in cui lo show-off supera la realtà. Snapchat, come altre piattaforme, insegna consapevolezza nell’uso del web e ritorno alla realtà.

Se, in sostanza, fosse come accaduto per i Sessantottini e le generazioni successive? Qualcuno ha seminato, puntando a un mondo ideale che non sarebbe mai potuto realizzarsi per intero, ma altri hanno raccolto.