I dipendenti non lasciano le aziende, ma i loro capi

I dipendenti non lasciano le aziende, ma i loro capi

Cristina Maccarrone

Giornalista, content e community manager con una grandissima passione per il mondo per il lavoro e tutto quello che rappresenta una novità o, per meglio dire, "innovazione". Appassionata lettrice di ogni cosa che...

Se appartenete alla generazione di persone tra 25 e 45 anni, vi sarà capitato di parlare con gente che – sì, succede – lascia contratti a tempo indeterminato e lavori in cui ha investito tempo ed energie. Ma i motivi spesso non sono quelli più “conosciuti” ossia: stipendio migliore, maggiore responsabilità, voglia di mettersi alla prova in altro o lavorare vicino a casa. In mezzo a questi, per la generazione cresciuta a pane e “posto fisso non ce n’è più”, uno dei motivi più frequenti e meno ammessi, soprattutto dai capi, è che le persone valide spesso lasciano i manager e non l’azienda.

Che differenza c’è?, vi chiederete. C’è, eccome. Perché se è vero che le aziende sono fatte da persone, è anche vero che le aziende sono gestite da manager e non tutti gestiscono i lavoratori allo stesso modo. Ecco perché può capitare – più spesso di quanto si immagini – che si venga spostati da un’area all’altra e tutto cambi: la gestione delle riunioni, degli straordinari, delle consegne, delle e-mail. Il lavoro continua a piacere, lo stipendio va anche bene, si crede in quello che si fa eppure l’organizzazione non è quella di prima. O magari i manager si sono avvicendati e le premesse e promesse iniziali non ci sono più.

In un mondo del lavoro dominato da un Jobs Act che non dà i risultati sperati, c’è una cosa che accomuna tanti: non è solo l’azienda a scegliere il lavoratore, ma anche il lavoratore a scegliere l’azienda e i capi. Ma quali sono gli errori che fanno? Stando quello che scrive Travis Dredberry sull’Huffinghton Post, sono nove: troppo lavoro, mancato riconoscimento dell’apporto dato dal dipendente, non preoccuparsi dei dipendenti, assumere e promuovere persone non adatte, non lasciare che le persone seguano le loro passioni, non stimolare le loro abilità né la creatività e non stimolarli dal punto di vista intellettuale. Tutto questo fa sì che persone brave e competenti, prima o poi, se ne vadano.

 

Non si è più alla ricerca di un lavoro migliore, ma di un manager migliore

Una teoria solo americana che non può adattarsi a un contesto come l’Italia? Niente affatto.

“Ho lavorato in una piccola azienda gestendo i social media, facendo proposte commerciali, progettando la consulenza, inventandomi sempre con professionalità”, mi dice Marco (nome fittizio) parlando del lavoro lasciato un anno fa. “Solo che avevo a che fare con dei capi tutt’altro che maturi. L’AD aveva il ruolo ingombrante di enorme bambino onnipotente in azienda e ho sempre avuto l’impressione che lui e la socia si rivolgessero a me con eccessiva confidenza per farmi notare quelli che per loro erano degli errori. E per me che mi impegno in tutto quello che faccio e sono particolarmente suscettibile non era sicuramente un comportamento manageriale. Alla fine, abbiamo discusso sul compenso economico perché nel frattempo mi ero guardato intorno, ma fosse stato per me non ne avrei mai parlato, sono stato messo nella posizione di doverlo fare”.

Tra gli errori dei manager c’è il non sapere riconoscere i propri errori come racconta Ludovica (pseudonimo) che ha lavorato in un’agenzia digital per 3 anni: “Mi fidavo del mio capo e lui di me finché non ci siamo imbarcati in un’impresa più grande di noi che non ha avuto il successo sperato. Quando ci siamo ritrovati a dovere fare i conti con il fallimento, non si è preso la sua parte di responsabilità. Mi ha chiuso in una stanza, ha fatto un lungo monologo e mi ha detto ‘Tu stai sempre qui a lavorare, forse stai sbagliando qualcosa’ quando ciò accadeva perché le risorse erano poche e i clienti molti. E ha aggiunto: ‘Noi non vogliamo impegnarci a far crescere le persone, le prendiamo e vediamo cosa fanno. Se crescono come vogliamo noi bene, altrimenti non è quello che cerchiamo’”.

Un capo che non si prendeva la responsabilità del suo ruolo: “Tutt’altro”, continua Ludovica “in qual frangente mi sembrò essere il compagno di classe antipatico. Amavo il lavoro, i colleghi, i clienti, ma mi ero disinnamorata del mio capo, ecco perché me ne sono andata”. Non da meno la situazione di Stella (pseudonimo), 32 anni, 10 passati in un’organizzazione non profit come addetto stampa ed eventi: “Ritmi sostenuti ma tanti stimoli. L’unico neo era il rapporto con il responsabile diretto, non competente sul tema, poco incline all’ascolto e alle novità”. Stella dopo anni, e nonostante aumento e ottimo contratto, prova ad andarsene ma non chiude del tutto: “Ho proposto di lavorare a distanza e part time. Proposta accolta, ma nonostante avessimo definito competenze e attività, i confini non sono stati rispettati: telefonate a ogni ora, richieste assurde, mail offensive e insulti gratuiti. Finché non ho mollato”. E aggiunge:“Il dramma delle aziende è avere a che fare con capi e non leader: persone, spesso anche impreparate, che credono basti un ruolo, un’etichetta (magari in inglese) per giustificare parole grosse, toni di voce, imposizioni”.

Perché se è vero che stipendio, posizione, benefit hanno un ruolo importante nel lavoro, in fondo conta questo: sentirsi rispettati, gratificati e avere sempre l’impressione di andare avanti. Professionalmente e umanamente.